Michele Scarponi, nove anni dopo: il campione che il ciclismo ricorda anche fuori dalla corsa

Condividi

di Umberto Zollo

A nove anni dalla morte di Michele Scarponi, il ricordo del corridore marchigiano continua a occupare uno spazio raro nel ciclismo italiano: quello riservato ai campioni che hanno lasciato un segno non soltanto per i risultati, ma anche per il modo in cui hanno interpretato il proprio mestiere e la propria presenza nel gruppo. Il 22 aprile 2017, sulle strade di Filottrano, Scarponi venne investito mentre si allenava in bicicletta in vista del Giro d’Italia, che avrebbe dovuto affrontare da capitano dell’Astana. Aveva 37 anni. Da allora, la sua storia è rimasta sospesa tra la memoria sportiva e una ferita civile che chiama in causa la sicurezza stradale.

@foto di Umberto Zollo

Il punto di partenza, prima ancora della cronaca, è in un’immagine privata che restituisce la misura della perdita. Nel libro Michele Scarponi – Profondo come una salita, Alessandra Giardini racconta così quella mattina: “Appena sveglio andò in garage, prese la bici appoggiata alla parete che Giacomo e Tommaso avevano decorato per lui con le loro impronte colorate. Uscì prima che loro si svegliassero, senza far rumore“. È un dettaglio di forte colore umano, quasi domestico, che precede di pochi minuti l’incidente all’incrocio tra la strada provinciale 362 e via dell’Industria. Scarponi stava pedalando in discesa verso Jesi quando fu travolto da un furgone che svoltò senza concedere la precedenza. La dimensione del campione, da quel momento, si intreccia per sempre con quella del marito, del padre, del figlio e del fratello.

@foto di Umberto Zollo

Eppure ridurre Scarponi alla tragedia finale sarebbe incompleto. Nato a Jesi il 25 settembre 1979 e cresciuto a Filottrano, l’Aquila di Filottrano aveva costruito una carriera lunga e significativa, fatta di piazzamenti di prestigio, vittorie di tappa e di un Giro d’Italia 2011 entrato nel suo palmarès dopo la squalifica di Alberto Contador. Scalatore resistente, corridore generoso, uomo di squadra per definizione, Scarponi è stato a lungo identificato come il gregario più forte del mondo, formula che nel suo caso non suona riduttiva ma descrive un modo preciso di stare nel ciclismo: sacrificare spesso l’ambizione individuale in funzione del risultato collettivo.

In questo senso, il passaggio all’Astana nel 2013 segnò una svolta decisiva. Accanto a Vincenzo Nibali, Scarponi trovò il terreno ideale per esprimere la propria natura di uomo squadra senza smettere di essere competitivo in prima persona. Il suo nome resta legato al Tour de France 2014, quando contribuì in modo sostanziale al successo del capitano siciliano, ma anche a uno degli episodi più evocativi del ciclismo recente: la tappa del Colle dell’Agnello al Giro d’Italia 2016. Quel giorno, dopo essere stato a lungo protagonista in fuga, si fermò ad aspettare Nibali e rimise il proprio talento al servizio del capitano. Quel gesto, il celebre piede a terra, è diventato negli anni molto più di una scena di corsa: è il simbolo di un’etica sportiva fatta di lealtà, fatica condivisa e spirito di servizio.

@foto di Umberto Zollo

Non a caso, uno degli ultimi grandi fotogrammi agonistici di Scarponi parla ancora di gambe, istinto e classe. Il 17 aprile 2017, appena cinque giorni prima della morte, vinse quella che sarebbe diventata la sua ultima corsa, nella tappa del Tour of the Alps da Kufstein a Innsbruck-Hungerburg. Freddo, pioggia, perfino neve nella notte: uno scenario severo, quasi alpino nel senso più pieno del termine. In finale, Scarponi riuscì a resistere e poi a rilanciare, mettendosi alle spalle nomi come Geraint Thomas, Thibaut Pinot, Davide Formolo e Domenico Pozzovivo. In quelle ore, secondo il racconto riportato nel libro, confidò ad Fabio Aru: “Giovane, credimi, non sono mai andato così forte. Lo diresti che ho 37 anni e due gemelli?“. Dentro quella frase c’era il tono leggero di chi sapeva scherzare, ma anche la consapevolezza di un corridore ancora integro, ancora competitivo, ancora dentro il cuore del grande ciclismo.

Scarponi, del resto, era questo doppio registro continuo: il professionista duro in salita e l’uomo capace di alleggerire l’ambiente con ironia e spontaneità. Per molti era il clown del gruppo, per altri uno dei corridori più amati del plotone, rispettato proprio perché in corsa sapeva trasformarsi. La memoria pubblica che lo accompagna ancora oggi nasce da questa combinazione: la qualità tecnica di uno scalatore vero, la disponibilità verso i compagni, il radicamento nella sua terra e una umanità percepita come autentica da tifosi e colleghi.

Dopo la sua scomparsa, questo patrimonio si è trasferito nella Fondazione Michele Scarponi, nata per promuovere una cultura della strada più attenta ai soggetti fragili e per trasformare un dolore privato in un impegno collettivo. In questo quadro, il nome di Scarponi esce dai confini dello sport e incontra un problema che resta drammaticamente aperto. I dati richiamati dall’Osservatorio Ciclisti Asaps-Sapidata sui primi sei mesi del 2025 parlano di 103 ciclisti morti sulle strade italiane, con un incremento del 25% rispetto all’anno precedente e con Lombardia ed Emilia-Romagna tra le regioni più colpite. Numeri che spiegano perché il ricordo di Scarponi non venga custodito soltanto come memoria sportiva, ma anche come richiamo concreto a una diversa idea di convivenza stradale.

È qui che il racconto torna ad assumere anche un valore simbolico. Michele Scarponi non resta nella memoria collettiva solo come vincitore del Giro o come uomo prezioso per i suoi capitani, ma come figura capace di tenere insieme fatica, generosità, famiglia, territorio e responsabilità civile. Le strade tra Filottrano e Jesi, le salite marchigiane, la cima di Castelletta, il memoriale, il cippo, perfino l’immagine lieve del pappagallo Frankje: tutto concorre a costruire una memoria che nel tempo non si è esaurita.

Nel ciclismo, dove spesso il risultato consuma in fretta il ricordo, Scarponi continua invece a resistere perché la sua storia parla ancora al presente. E non soltanto al mondo delle corse.