di Umberto Zollo
Al Motovelodromo di Torino, nella serata di mercoledì 25 marzo 2026, la presentazione del libro dedicato a Michele Scarponi ha assunto presto il tono di un racconto corale, a metà fra memoria privata e riflessione pubblica. Non una semplice uscita editoriale, ma un incontro in cui il ciclismo ha lasciato spazio alle persone, agli affetti e a quell’eredità morale che il nome di Scarponi continua a evocare ben oltre la dimensione sportiva. Dalla voce del fratello Marco, impegnato con la Fondazione Michele Scarponi, ai ricordi dedicati anche a Gianni Savio, il filo conduttore della serata è stato quello di una presenza che continua a parlare attraverso le storie di chi l’ha vissuta.
Marco Scarponi ha riportato il pubblico dentro il senso più profondo del libro, spiegando come sia servito tempo per mettere insieme fotografie, ricordi e parole capaci di restituire davvero il profilo umano di Michele. Il titolo del volume, legato all’idea della salita, è stato raccontato come una chiave per leggere il carattere del campione marchigiano: leggero nel sorriso, ma tutt’altro che superficiale, capace anzi di una profondità rara. Accanto al libro, Marco ha richiamato anche il lavoro della Fondazione, nata dal dolore e trasformata in impegno quotidiano per la sicurezza stradale e per una diversa cultura del rispetto.


A dare spessore al ricordo di Gianni Savio e del suo rapporto con Michele è stato Giorgio Viberti, che ha scelto il registro dell’eredità, distinguendo fra quella materiale e quella spirituale. Nel suo intervento, Savio è emerso come una figura capace di lasciare qualcosa agli altri, non soltanto di guidare una squadra o costruire risultati. In uno dei passaggi più nitidi della serata, Viberti ha detto: “I manager hanno un unico grande obiettivo, cioè quello di far profitto. Gianni nei miei confronti, nei nostri confronti, non ha mai voluto fare profitto, bensì trasmettere qualcosa.”
Sempre Viberti ha consegnato al pubblico anche uno dei momenti più intensi dell’incontro, rievocando un episodio sullo Stelvio nel 2012. Il racconto ha restituito un Michele lontano dalla sola immagine del corridore, già immerso nella sua dimensione più familiare. Quando lo chiamò da parte, ha ricordato il giornalista, Scarponi gli confidò con emozione: “Ho appena saputo da mia moglie… il figlio che aspettiamo non è uno ma sono due.” Un passaggio che in sala ha riportato Michele nel pieno della sua umanità, quella capace di lasciare tracce ben oltre i risultati e i giorni di corsa.
Il tono della serata si è fatto poi ancora più intimo con l’intervento di Nicoletta Savio, che ha riportato il ricordo dentro una dimensione domestica, quasi di famiglia. Nelle sue parole non è apparso il campione da copertina, ma un volto vicino, legato a una foto conservata con affetto, a incontri durante il Giro d’Italia, a conversazioni semplici e a una partita di ping pong rimasta idealmente sospesa nel tempo. Il passaggio più delicato del suo ricordo è stato forse questo: “Mi piace immaginare che continuino questa partita di ping pong perché nessuno ha mai saputo chi fosse più forte.”


Nel corso dell’incontro il ricordo di Scarponi si è intrecciato più volte al tema della sicurezza stradale, diventato uno dei pilastri dell’attività della Fondazione. Dalla trascrizione emerge con forza il tentativo di trasformare la perdita in un’azione civile concreta, soprattutto nelle scuole, dove il messaggio di Michele viene tradotto in educazione al rispetto degli utenti più deboli della strada. È un passaggio decisivo della serata: la memoria non resta confinata alla commemorazione, ma prova a diventare progetto, responsabilità, cultura condivisa.
In questo quadro si è inserito anche l’intervento di Fabio Felline, che ha riportato l’attenzione sul Michele corridore e uomo di gruppo. Il suo ricordo ha avuto la misura di chi conosce il valore del rispetto tra avversari e il peso lasciato da una personalità forte dentro il mondo del ciclismo. Felline ha detto: “Non ho avuto la fortuna di essere un compagno di squadra, ma da avversari ci siamo sempre rispettati tantissimo.” E poco dopo ha aggiunto: “Lui era amico di tutti, amico del gruppo.” Parole semplici, ma efficaci nel restituire il tratto di un atleta che sapeva tenere insieme competitività e umanità.


Nel complesso, la serata torinese ha avuto il valore delle occasioni in cui il ciclismo smette di raccontarsi soltanto attraverso l’agonismo e torna a misurarsi con ciò che lascia nelle persone. Il libro su Michele Scarponi è stato il punto di partenza; il punto d’arrivo, invece, è stato un sentimento collettivo più ampio, capace di tenere insieme il ricordo di Michele Scarponi, la figura di Gianni Savio, l’affetto degli amici e la convinzione che una storia possa continuare a incidere anche dopo la sua fine. Al Motovelodromo, per una sera, la memoria non è rimasta ferma: si è fatta racconto, coscienza e strada.

