Il 14 dicembre 2024, la cantante iraniana Parastoo Ahmadi è stata arrestata a Sari, nella provincia di Mazandaran, insieme ai membri della sua band. La sua colpa? Aver pubblicato un concerto su Internet dove appare senza l’hijab, il velo obbligatorio per le donne in Iran, esibendosi con un abito nero aderente, con le spalle scoperte. Questo gesto, che ha suscitato il sostegno di molti, ha anche scatenato severe reazioni legali.
Il video, diffuso sul suo canale YouTube, mostra Ahmadi cantare per più di 27 minuti, dichiarando di voler portare avanti un “atto di resistenza” contro le imposizioni del regime. “Sono Parastoo, la ragazza che non riesce a stare zitta e si rifiuta di smettere di cantare per il Paese che ama”, scriveva l’artista, invitando gli spettatori a “sognare una nazione libera e bella”.
L’agenzia di stampa iraniana “Mizan” ha criticato duramente l’atto, condannando il comportamento di Ahmadi e della sua band per aver infranto le leggi religiose e legali. La dissidente iraniana Masih Alinejad, in esilio, ha definito l’esibizione di Ahmadi come “storica”, lodando la sua voce come un “arma contro la tirannia” e il suo coraggio come un simbolo di sfida.
Il caso di Parastoo Ahmadi si inserisce in un contesto più ampio di lotta per la libertà di espressione in Iran, dove le donne continuano a sfidare le rigide leggi imposte dal regime, a rischio di gravi conseguenze.
