Scambiò il parto per un mal di schiena: condannato medico nel Napoletano

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La vittima era stata dimessa con una prescrizione di antidolorifici. Tre giorni dopo il decesso per complicazioni legate alla gravidanza mai diagnosticata. Il giudice: «Negligenza fatale».

Non fu un semplice errore, ma una condotta caratterizzata da estrema superficialità. Questo è quanto stabilito dal Tribunale di Napoli nel condannare il medico che ebbe in cura la paziente nelle ore precedenti al dramma. La donna si era presentata in ospedale lamentando forti dolori alla schiena e all’addome, ma invece di approfondire il quadro clinico, il professionista liquidò il caso come un comune problema di nervo sciatico.


La tragedia in tre giorni

La cronaca di quei giorni restituisce il quadro di una tragedia che poteva essere evitata con un semplice esame diagnostico o un’ecografia.

  • Il pronto soccorso: La donna, in evidente stato di sofferenza, viene visitata e rassicurata. La diagnosi è “lombosciatalgia acuta”.
  • La terapia errata: Vengono prescritti degli antidolorifici e la paziente viene rimandata a casa, nonostante i dolori persistenti.
  • L’epilogo: A settantadue ore dalle dimissioni, le condizioni precipitano. La donna smette di respirare davanti ai familiari impotenti. Solo dopo il decesso emergerà la verità: era in corso una gravidanza che stava causando complicazioni fatali, scambiate per dolori posturali.

La motivazione della condanna

Secondo i periti nominati dalla Procura, il medico avrebbe ignorato segni clinici che avrebbero dovuto suggerire ben altra indagine. La condanna sottolinea come la mancata anamnesi e l’omissione di test di base (come un test di gravidanza o una palpazione addominale accurata) abbiano impedito di salvare due vite.

«Una condotta negligente e imperita», si legge nelle motivazioni. «Il medico ha omesso di considerare ipotesi diagnostiche alternative, fermandosi a una valutazione sintomatica superficiale».


Il dolore della famiglia

La famiglia della vittima, che non ha mai smesso di chiedere giustizia, ha accolto la sentenza con sollievo, pur sottolineando che nessuna condanna potrà restituire loro la giovane madre. L’ospedale coinvolto, nel frattempo, è finito al centro di un’indagine interna per verificare se vi siano state carenze anche nei protocolli di accettazione del triage.

Questa sentenza riaccende il dibattito sulla medicina difensiva e sulla necessità di protocolli più rigidi nei pronto soccorso, dove la pressione del lavoro non può mai giustificare la mancata osservazione di sintomi vitali.

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Redazione Italia