Il 9 novembre 1993, nel pieno della guerra in Bosnia, il Ponte Vecchio di Mostar (Stari Most) crollò, segnando una delle pagine più drammatiche del conflitto. Questo ponte, simbolo secolare della città di Mostar e della regione dell’Erzegovina, non era solo un’infrastruttura che collegava le due sponde del fiume Neretva, ma rappresentava un vero e proprio emblema di convivenza tra culture diverse.
Lo Stari Most fu costruito nel 1566 durante il dominio ottomano, e la sua architettura unica, con le torri a protezione e una lunghezza di 30 metri, lo rendeva uno dei più affascinanti esempi di ingegneria balcanica. Nei secoli successivi, il ponte divenne non solo un importante punto di passaggio, ma anche un simbolo di identità culturale e religiosa per la popolazione di Mostar, che in quel periodo viveva una divisione netta tra la parte orientale musulmana e quella occidentale croato-bosniaca.
Nel 1993, la guerra in Bosnia aveva trasformato Mostar in un campo di battaglia, con le forze croato-bosniache che occupavano la zona ovest e l’esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina la parte est. In questo scenario di violenza, il ponte fu preso di mira dalle forze croato-bosniache, che lo consideravano un simbolo della fazione avversaria e un obiettivo strategico. Nonostante fosse già stato danneggiato dai bombardamenti serbi nel 1992, il suo abbattimento sembrava essere l’unico passo per affermare il predominio su Mostar.
Il 9 novembre, alle 10:15, dopo due giorni di intensi bombardamenti, lo Stari Most crollò nel fiume Neretva. La scena, ripresa da un video amatoriale, divenne un’immagine simbolo della guerra. La caduta del ponte fu un colpo devastante per la comunità musulmana di Mostar, che ne vedeva la distruzione come un attacco al proprio patrimonio e alla propria storia.
A livello internazionale, la distruzione dello Stari Most suscitò un’ampia condanna. L’ONU, attraverso il Tribunale internazionale per i crimini della ex Jugoslavia, dichiarò che l’abbattimento del ponte aveva causato danni sproporzionati alla popolazione civile. Nonostante la difesa di Slobodan Praljak, generale croato-bosniaco, che giustificò l’operazione come necessaria per scopi militari, il Tribunale lo ritenne responsabile della distruzione di un simbolo storico di immenso valore.
La ricostruzione del ponte iniziò nel 2001, grazie a fondi internazionali raccolti tramite l’UNESCO, e il Stari Most fu riaperto nel 2004. Oggi, il ponte non è solo un’attrazione turistica, ma un simbolo di resilienza, che rappresenta la speranza di una nuova convivenza tra le diverse comunità di Mostar. Il Stari Most, riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità, continua a ricordare il passato doloroso, ma anche il potenziale di ricostruzione e unità.
