Lo sbilanciamento dei poteri tra Stabilicum e scudi legali

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L’architettura istituzionale che si sta delineando tra le aule di Roma e le piazze del dibattito referendario solleva interrogativi profondi sulla tenuta della democrazia in Italia. Il combinato disposto tra la nuova legge elettorale, lo scudo penale per le forze dell’ordine e l’immunità parlamentare sembra tracciare un perimetro di protezione invalicabile per il potere politico ed esecutivo, lasciando la magistratura come l’unico corpo dello Stato esposto a una responsabilità diretta e patrimoniale. Mentre il Governo guidato da Giorgia Meloni accelera sullo Stabilicum per blindare la governabilità e la futura elezione del Presidente della Repubblica nel 2029, il fronte del Sì al referendum Giustizia spinge affinché i giudici rispondano personalmente dei propri errori, un principio che però non sembra trovare applicazione simmetrica verso i rappresentanti del popolo.

Questa asimmetria crea un paradosso evidente nel sistema delle garanzie costituzionali. Se da un lato si invoca il pugno duro contro le toghe per porre fine a presunte impunità, dall’altro si rafforzano le tutele per i parlamentari e si ipotizzano coperture legali preventive per chi esercita la forza pubblica in nome dello Stato. Il rischio, evidenziato da diversi costituzionalisti, è che l’equilibrio tra i poteri venga alterato a favore di una centralità assoluta della maggioranza di turno. Con il premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum, il centrodestra potrebbe infatti gestire le nomine istituzionali più delicate senza necessità di mediazione con le minoranze, riducendo drasticamente il ruolo di contrappeso tipico delle democrazie parlamentari europee.

In questo scenario, la magistratura si ritroverebbe in una posizione di estrema fragilità, compressa tra la minaccia di sanzioni civili per l’attività giudiziaria ordinaria e un quadro normativo che tende a sottrarre altre categorie al giudizio della legge comune. La domanda che attraversa l’opinione pubblica riguarda l’effettiva uguaglianza dei cittadini davanti alla legge: se la responsabilità è il cardine della riforma, perché essa sembra fermarsi sulla soglia del Parlamento o delle caserme? La sfida elettorale di marzo non sarà dunque solo un voto tecnico sulla giustizia, ma un test fondamentale sulla percezione della democrazia italiana e sulla distribuzione dei pesi e dei contrappesi tra chi giudica, chi legifera e chi comanda.