Torino, filo elettrificato nell’aorta: alle Molinette salvato un 40enne con sindrome di Marfan

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di Umberto Zollo | Torino – Un quarantenne con sindrome di Marfan è stato salvato alle Molinette con un doppio intervento, culminato in una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata, eseguita con successo in Italia.

Un uomo di 40 anni affetto da sindrome di Marfan è stato salvato all’ospedale Molinette di Torino dopo una grave dissecazione aortica che aveva compromesso il regolare afflusso di sangue a reni, intestino e a un arto. Il trattamento si è sviluppato in due fasi: prima un intervento cardiochirurgico d’urgenza, poi una delicata procedura endovascolare nella quale un sottile filo metallico elettrificato è stato utilizzato per incidere dall’interno la membrana che ostacolava il flusso sanguigno.

Il caso, affrontato alla Città della Salute e della Scienza di Torino, assume particolare rilievo per le condizioni del paziente. La sindrome di Marfan è infatti una malattia genetica del tessuto connettivo che può rendere più fragile la parete dell’aorta e aumentare il rischio di complicazioni cardiovascolari.

L’uomo era arrivato alla Medicina d’Urgenza delle Molinette, diretta dal professor Enrico Lupia, dopo la comparsa improvvisa di un forte dolore dal torace all’addome. Gli accertamenti avevano evidenziato una dissecazione acuta dell’aorta associata a una dilatazione del tratto più vicino al cuore.

Nella dissecazione, lo strato interno della parete aortica si separa e il sangue può insinuarsi creando un secondo canale. La membrana che si forma tra i due percorsi può comprimere quello principale e ridurre l’afflusso di sangue alle arterie che alimentano gli organi. Nei casi più gravi può inoltre verificarsi la rottura dell’aorta, con conseguenze potenzialmente fatali.

La prima priorità era quindi mettere in sicurezza il cuore e il tratto iniziale dell’aorta. Il paziente è stato trasferito rapidamente in Cardiochirurgia, dove il professor Mauro Rinaldi e la sua équipe hanno riparato la valvola aortica e quella mitrale e sostituito l’aorta ascendente e l’arco aortico.

L’intervento ha risolto la parte più immediata dell’emergenza, ma la dissezione proseguiva lungo il resto dell’aorta. Reni e intestino continuavano a ricevere una quantità insufficiente di sangue, rendendo necessario un secondo trattamento.

La scelta è ricaduta su una settotomia aortica endovascolare con guida elettrificata, proposta dal professor Fabio Verzini, direttore della Chirurgia Vascolare universitaria. L’obiettivo era eliminare dall’interno l’ostacolo creato dalla membrana della dissezione senza intervenire chirurgicamente dall’esterno su una parete aortica resa particolarmente fragile dalla malattia genetica.

La procedura è stata pianificata anche attraverso una collaborazione scientifica con il centro di Houston diretto dal professor Gustavo Oderich. A Torino l’équipe cardiochirurgica è rimasta pronta a intervenire nel caso si fosse verificata una rottura dell’aorta.

L’accesso è stato effettuato in modo mini-invasivo attraverso le arterie dell’inguine. Sotto controllo radiologico, un filo metallico è stato condotto fino al setto che divideva i due canali dell’aorta. Il filo è stato quindi elettrificato e utilizzato per effettuare un’incisione longitudinale controllata della membrana.

Un passaggio particolarmente delicato perché, nel caso di un paziente con sindrome di Marfan, una sollecitazione eccessiva avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la parete del vaso. Procedendo sotto guida delle immagini, l’équipe è riuscita ad aprire il setto e a ripristinare un flusso adeguato verso reni e intestino, senza provocare la rottura dell’aorta.

L’intervento endovascolare è stato eseguito dall’équipe di Chirurgia Vascolare universitaria con il professor Fabio Verzini e il dottor Matteo Ripepi, insieme al dottor Andrea Discalzi della Radiologia universitaria diretta dal professor Paolo Fonio. L’assistenza anestesiologica è stata garantita dal dottor Cristian Salonia e dall’équipe di Anestesia e Rianimazione 2, diretta dalla dottoressa Chiara Melchiorri.

Il decorso successivo è stato rapido: tre giorni dopo la procedura il quarantenne ha potuto lasciare l’ospedale, senza necessità di un percorso riabilitativo.

Il caso mostra il valore dell’integrazione tra medicina d’urgenza, cardiochirurgia, chirurgia vascolare, radiologia e anestesia nella gestione di una patologia nella quale la rapidità della diagnosi e dell’intervento può essere determinante.

Il direttore generale della Città della Salute e della Scienza, Livio Tranchida, ha commentato: “L’ospedale Molinette si conferma ancora una volta un centro di eccellenza e innovazione, dove anche i casi più complessi trovano soluzioni avanzate. Sempre più pazienti scelgono la nostra struttura, riconosciuta per la capacità di trasformare in realtà ciò che altrove appare impossibile”.

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Umberto Zollo