ROMA – Il mercato del lavoro italiano attraversa una fase di transizione ambivalente. Secondo i dati diffusi oggi dall’Istituto Nazionale di Statistica, il numero di occupati a marzo è diminuito di 12mila unità rispetto a febbraio e di 30mila rispetto allo stesso mese del 2025. Un dato che, associato al calo dei disoccupati, si traduce in un travaso diretto verso l’inattività.
I tassi del mercato del lavoro
Nonostante la flessione del numero assoluto di occupati, il tasso di occupazione regge l’urto grazie alla contrazione demografica, mentre la disoccupazione scende ulteriormente:
Il numero totale dei disoccupati scende a 1 milione 323mila, con una contrazione impressionante di 304mila unità su base annua. Tuttavia, questo non è un segnale di pieno impiego, poiché gli inattivi (coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano) sono cresciuti di 351mila unità in un anno.
La tipologia contrattuale: tengono i “fissi”, soffrono i precari
L’analisi per tipologia contrattuale mostra una stabilità dei dipendenti a tempo indeterminato, mentre la flessione colpisce il lavoro autonomo e i contratti a termine:
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Dipendenti permanenti: 16,4 milioni (+4mila unità su base mensile).
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Dipendenti a termine: 2,44 milioni (-2mila unità su mese, ma un crollo di -142mila su anno).
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Autonomi: 5,27 milioni (-14mila unità su mese, ma in crescita di +125mila su anno).
Il fattore demografico: un esercito di over 50
Il dato più critico riguarda l’età della popolazione attiva. Il mercato del lavoro italiano è sempre più “vecchio”. Nell’ultimo anno la redistribuzione degli occupati per fasce d’età è stata drastica:
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Over 50: Sono il vero motore (anagrafico) dell’occupazione, con una crescita di 358mila unità in un anno.
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Fascia 35-49 anni: Subisce la perdita più pesante, con 246mila occupati in meno rispetto a marzo 2025.
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Giovani (15-24 anni): Diminuiscono di 141mila unità su base annua.
Questi numeri confermano che la forza lavoro italiana sta invecchiando rapidamente: l’uscita dei lavoratori più giovani e della fascia centrale non viene compensata se non dalla permanenza prolungata dei lavoratori più anziani, spesso spinta dai requisiti pensionistici e dal calo delle nascite.
Il tasso di disoccupazione al 5,2% sarebbe teoricamente un dato da record positivo, ma se letto insieme al balzo dell’inattività (34,1%) e alla perdita di giovani occupati, descrive un Paese dove una fetta sempre più grande della popolazione in età lavorativa sta scivolando fuori dal circuito produttivo, lasciando il peso del sistema economico sulle spalle di una forza lavoro sempre più anziana.

