Il tribunale di piazzale Clodio conferma l’impianto dell’inchiesta “Propaggine”: 24 anni al boss Vincenzo Alvaro. Il procuratore Lo Voi: «Accolta l’ipotesi accusatoria, ora confische ai beni illeciti».
ROMA, 26 marzo 2026 – La parola “fine” (almeno per il primo grado) su uno dei processi più significativi degli ultimi anni è stata scritta nell’aula bunker di piazzale Clodio. Il tribunale di Roma ha inflitto oltre 240 anni di carcere complessivi ai membri della prima “Locale” di ‘ndrangheta ufficialmente riconosciuta nella Capitale.
L’inchiesta, denominata significativamente “Propaggine”, ha visto alla sbarra 44 imputati. Alla lettura del dispositivo erano presenti il procuratore capo Francesco Lo Voi e il pm Giovanni Musarò, l’uomo che ha istruito l’indagine prima del suo passaggio alla Procura Nazionale Antimafia.
Le condanne: il pugno duro contro i vertici
La pena più pesante è stata inflitta a Vincenzo Alvaro, considerato la mente e il braccio operativo dell’organizzazione a Roma: per lui la condanna è di 24 anni di reclusione. Il suo sodale storico, Antonio Carzo, era già stato condannato a 18 anni in un procedimento parallelo con rito abbreviato.
Le accuse, confermate nel corso di ben 108 udienze, spaziano dall’associazione mafiosa al traffico di stupefacenti, dall’estorsione aggravata al riciclaggio, fino alla truffa ai danni dello Stato.
La genesi della “Locale”: l’autorizzazione dalla Calabria
Secondo la ricostruzione della DDA e della DIA, la struttura criminale romana non era un gruppo spontaneo, ma una vera e propria articolazione autorizzata dalla “casa madre” calabrese.
- L’estate del 2015: Fu in quel periodo che Antonio Carzo ottenne il via libera dai clan storici in Calabria per costituire una “Locale” a Roma, guidata in tandem con Alvaro.
- Il nome “Propaggine”: Il termine, che ha dato il nome all’indagine, emergeva direttamente dalle intercettazioni degli indagati, orgogliosi di rappresentare l’estensione del potere ‘ndranghetista nel tessuto economico romano.
“Dalla lettura della sentenza emerge il sostanziale accoglimento della parte principale dell’ipotesi accusatoria. Un dato fondamentale è la confisca delle attività economiche: uno stimolo per proseguire su questo filone.” — Francesco Lo Voi, Procuratore Capo di Roma
Colpito il patrimonio: confische e sviluppo delle indagini
Oltre alle pesanti pene detentive, il tribunale ha disposto la confisca di numerose attività economiche riconducibili agli imputati. Bar, ristoranti e ditte individuali che, secondo l’accusa, servivano a ripulire il denaro sporco e a controllare il territorio.
Questa sentenza non è solo un traguardo giudiziario, ma un punto di partenza. Come sottolineato da Lo Voi, il riconoscimento di una struttura mafiosa stabile nella Capitale — già confermato in precedenza dalla Cassazione per i riti abbreviati — apre la strada a nuove indagini sui legami tra la ‘ndrangheta e i colletti bianchi romani.
