Le radici delle riforme istituzionali attualmente in discussione in Italia sembrano affondare in un passato controverso, come confermato dalle recenti dichiarazioni di Maurizio Gelli, figlio dello storico Gran Maestro della loggia P2. In un intervento che ha riacceso polemiche mai sopite, Maurizio Gelli ha sottolineato come la separazione delle carriere dei magistrati, tema centrale del prossimo referendum Giustizia del 22 e 23 marzo, fosse uno dei punti cardine della visione politica di suo padre Licio Gelli. Secondo l’erede del “Venerabile”, il fatto che oggi tale proposta sia al centro dell’agenda del Governo guidato da Giorgia Meloni dimostrerebbe una sorta di lungimiranza postuma delle idee contenute nel celebre Piano di rinascita democratica degli anni Settanta.
Maurizio Gelli ha affermato con convinzione che il padre avrebbe avuto un’opinione estremamente favorevole sulla riforma che mira a rendere i giudici civilmente responsabili e separati dai pubblici ministeri. Ma il legame tra le attuali proposte di legge e i vecchi programmi della P2 non si fermerebbe alla sola magistratura. Maurizio Gelli ha infatti tracciato un parallelo diretto anche con il cosiddetto premierato e la riforma dello Stabilicum, ricordando che la trasformazione dell’Italia in una repubblica presidenziale era già ampiamente prevista e auspicata nei documenti della loggia massonica coperta. Queste dichiarazioni arrivano in un momento di estrema delicatezza, mentre il Paese si divide tra chi vede in queste riforme una necessaria modernizzazione e chi vi scorge un pericolo per l’indipendenza dei poteri.
Le parole del figlio di Licio Gelli aggiungono un carico di tensione simbolica al voto di marzo, suggerendo che le attuali dinamiche politiche stiano portando a compimento progetti concepiti decenni fa fuori dalle sedi istituzionali ordinarie. Se da un lato il centrodestra rivendica la bontà della separazione delle carriere per garantire un processo equo, dall’altro le opposizioni utilizzano queste conferme di Maurizio Gelli per denunciare un rischio di involuzione democratica. La discussione su premi di maggioranza, immunità e controllo della magistratura si arricchisce così di una sfumatura storica inquietante, portando gli elettori a riflettere non solo sul futuro della giustizia, ma sull’origine stessa delle idee che stanno ridisegnando il volto istituzionale della Repubblica Italiana.
