Dopo le verifiche delle autorità scolastiche, l’esperimento di educazione “selvaggia” riceve uno stop. Se per i piccoli si valuta l’inserimento all’asilo, la primogenita mostra gravi lacune linguistiche: «Logica promossa, ma l’italiano è insufficiente».
Il sogno di una vita lontana dai banchi di scuola, immersa nei ritmi della natura e priva di programmi ministeriali, si scontra con la realtà dei test di valutazione. Il caso della “Famiglia nel bosco” — che da tempo portava avanti un progetto di istruzione parentale alternativa — ha subito una brusca frenata: le autorità competenti hanno ufficialmente bocciato il percorso formativo dei figli, imponendo un rientro graduale nel sistema scolastico tradizionale.
Il verdetto: logica promossa, lingua bocciata
Al centro della vicenda c’è la figlia maggiore, che per età anagrafica dovrebbe frequentare la seconda elementare. Sottoposta agli esami di idoneità previsti per chi sceglie l’istruzione domiciliare, la bambina ha mostrato un quadro cognitivo a due facce:
- Competenze logico-matematiche: Valutate positivamente. Il contatto diretto con la natura e i problemi pratici della vita nel bosco hanno stimolato una spiccata capacità di calcolo e di analisi.
- Competenze linguistiche: Qui è emerso il criticità maggiore. Secondo il report degli esaminatori, sono presenti “evidenti difficoltà in campo linguistico”, sia nella produzione scritta che nella strutturazione sintattica, ritenute non in linea con gli obiettivi minimi della scuola primaria.
Stop all’esperimento per i più piccoli
Il provvedimento non riguarda solo la scolarizzazione dell’obbligo. Per i fratelli più piccoli, le autorità e i servizi sociali stanno valutando l’inserimento obbligatorio alla scuola dell’infanzia. La motivazione risiede nella necessità di favorire la socializzazione con i coetanei e lo sviluppo di competenze relazionali e verbali che l’isolamento nel bosco, secondo gli esperti, avrebbe rallentato.
«L’istruzione parentale è un diritto garantito dalla Costituzione, ma non può diventare un isolamento culturale», spiegano fonti della direzione scolastica regionale. «Il nostro compito è vigilare affinché ogni bambino abbia gli strumenti per integrarsi nella società».
La difesa dei genitori: «Istruzione non è omologazione»
I genitori, dal canto loro, difendono la scelta di una vita “wild”, sostenendo che i tempi di apprendimento dei figli non debbano essere forzati da standard burocratici.
- Il loro metodo: Basato sull’esperienza sensoriale, sull’etnobotanica e sulla libertà di movimento.
- La critica: «Nostra figlia sa riconoscere le tracce degli animali e calcolare la pendenza di un terreno, ma viene giudicata perché non segue i tempi di una classe di città», commentano.
Cosa succede ora?
Il caso apre un delicato iter burocratico. Se i genitori non si adegueranno alle prescrizioni, inserendo i bambini nelle strutture comunali e scolastiche, potrebbero rischiare sanzioni amministrative o, nei casi più gravi, provvedimenti sulla responsabilità genitoriale.
