La DDA di Roma indaga sul possibile legame tra l’attacco del 16 ottobre e l’inchiesta di Report sulla gestione dei migranti oltre Adriatico. Sotto i riflettori i contatti di un imprenditore residente a Miami.
L’inchiesta sull’attentato dinamitardo che lo scorso 16 ottobre ha scosso il quartiere di Sigfrido Ranucci segna un punto di svolta. Se inizialmente le piste seguite dalla Procura capitolina sembravano guardare a più fronti della criminalità organizzata nazionale, oggi i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) stanno concentrando gli sforzi sulla cosiddetta “pista albanese”.
Il movente sarebbe direttamente collegato a uno dei servizi più controversi dell’ultima stagione di Report: “(Hot) Spot Albanese”, l’inchiesta che ha svelato i retroscena economici e i presunti intrecci tra politica e affari dietro la costruzione dei centri per migranti voluti dal governo italiano in territorio albanese.
Il ruolo di Artur Shehu e il ponte con Miami
Secondo quanto trapelato da piazzale Clodio, l’attenzione dell’aggiunto Ilaria Calò e del pm Carlo Villani si sarebbe focalizzata sulla figura di Artur Shehu, imprenditore 58enne originario di Valona ma da anni residente in Florida, a Miami.
Shehu, citato nel servizio di Ranucci per i suoi presunti legami storici con clan della malavita albanese e per i suoi interessi nel settore immobiliare e turistico, sarebbe una figura chiave per comprendere se l’attacco sotto casa del giornalista sia stato un “avvertimento” orchestrato per colpire la voce che ha squarciato il velo sulla gestione degli hotspot.
«L’ipotesi al vaglio è che il servizio abbia toccato nervi scoperti di una criminalità transnazionale che vede nel progetto dei centri di accoglienza un’opportunità di infiltrazione economica», confermano fonti vicine agli inquirenti.
Un agguato dai contorni internazionali
L’attentato del 16 ottobre non era stato un semplice atto vandalico, ma un’operazione mirata che aveva innalzato il livello di allerta attorno al giornalista, già sotto scorta da anni. L’esplosione, avvenuta a pochi passi dall’ingresso dell’abitazione di Ranucci, era stata studiata per colpire il simbolo dell’informazione d’inchiesta in Italia.
Le piste ancora aperte
Nonostante la centralità della pista albanese, la Procura mantiene cautela e non abbandona del tutto gli altri filoni:
- Mafie nostrane: Resta viva l’attenzione sui clan di camorra e ‘ndrangheta, da sempre bersaglio dei servizi di Report.
- Il “Mondo di Mezzo”: Verifiche su esponenti della criminalità romana che potrebbero aver fornito supporto logistico per l’attentato.
La reazione del giornalista e della politica
Sigfrido Ranucci, che ha continuato a condurre il programma nonostante le minacce, ha ribadito più volte la sua fiducia nella magistratura: «Se l’obiettivo era fermarci, hanno sbagliato indirizzo. Continueremo a occuparci di Albania e di ogni altro luogo dove il denaro pubblico incrocia interessi opachi».
Il caso ha riacceso il dibattito sulla sicurezza dei giornalisti d’inchiesta in Italia. Il sindacato Usigrai e la Federazione Nazionale della Stampa (FNSI) hanno chiesto al Ministero dell’Interno un ulteriore potenziamento dei presidi di tutela, sottolineando come la minaccia si sia fatta ormai “globale”.
