La frana che ha travolto le miniere di coltan di Rubaya, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, causando almeno 200 morti e decine di dispersi, non è soltanto l’ennesima tragedia di un territorio martoriato dal conflitto, ma anche lo specchio di una catena globale che lega il fango del Congo alle vetrine scintillanti dell’Occidente. Il crollo è avvenuto mercoledì dopo piogge intense, in un’area mineraria controllata dal gruppo armato M23, secondo quanto riferito dalle autorità locali nominate dai ribelli.
Molte vittime sono rimaste sepolte sotto una colata di terra e detriti mentre lavoravano o vivevano in baracche costruite a ridosso del sito estrattivo. I feriti più gravi sono stati trasferiti a Goma, a circa 50 chilometri, in strutture sanitarie già provate da anni di emergenze. Il governatore nominato dall’M23 ha disposto lo stop temporaneo dell’estrazione artigianale e la ricollocazione degli abitanti, un provvedimento che arriva però solo dopo una strage annunciata.
Testimoni parlano di una prima frana nel pomeriggio di mercoledì e di un secondo smottamento giovedì mattina. «Pioveva, poi il terreno è franato e ha travolto la gente», raccontano i sopravvissuti. Le immagini diffuse mostrano uomini e donne intenti a scavare a mani nude, in condizioni di estremo pericolo, per recuperare corpi e superstiti. È la quotidianità di chi lavora nelle miniere di coltan, spesso senza tutele, per alimentare un mercato globale che chiede sempre più dispositivi elettronici.
Rubaya è uno snodo strategico per le terre rare. Da quest’area proviene tra il 15 e il 30 per cento della produzione mondiale di coltan, da cui si estrae il tantalio, indispensabile per smartphone, computer, auto elettriche e tecnologie avanzate. L’Occidente, affamato di innovazione e connesso h24, beneficia di questa filiera senza vedere il costo umano che essa comporta. L’M23, che controlla Rubaya dalla primavera 2024 con il presunto appoggio del Ruanda, avrebbe imposto tasse sul commercio del minerale, garantendosi, secondo le Nazioni Unite, entrate per circa 800mila dollari al mese.
La tragedia di Rubaya si inserisce in un conflitto che da decenni devasta l’est del Congo, generando una crisi umanitaria con oltre 7 milioni di sfollati. Mentre in Europa e negli Stati Uniti si discute di nuovi modelli di smartphone e transizione digitale, nel Congo si continua a morire nel fango per estrarre i minerali del futuro, pagando con la vita il prezzo del benessere tecnologico globale.
