L’Ong Iran Human Rights diffonde i primi dati sulla repressione. Le proteste, nate dalla rabbia per il carovita e la mancanza di libertà, si sono estese a ogni angolo del Paese nonostante la mano pesante del regime.
È l’organizzazione non governativa norvegese Iran Human Rights (IHR) a fornire la prima mappatura reale della violenza in corso. Mentre i media statali iraniani minimizzano gli scontri parlando di “disordini isolati pilotati dall’esterno”, i dati raccolti sul campo raccontano una realtà ben diversa. La protesta, ormai giunta quasi alle due settimane di vita, ha superato la massa critica, trasformandosi in una sfida aperta e profonda alle autorità religiose e politiche.
La mappa della repressione: arresti e sangue
Il numero delle vittime e dei fermi è distribuito in modo capillare, toccando non solo la capitale Teheran, ma anche le periferie più marginalizzate:
- Le vittime: I 45 decessi confermati riguardano per la maggior parte giovani manifestanti colpiti da proiettili veri o pallini d’acciaio sparati dalle forze di sicurezza e dai paramilitari Basij.
- Oltre 2.200 arresti: Una cifra mastodontica che sta portando al collasso i centri di detenzione. Tra i fermati figurano attivisti, giornalisti, studenti e semplici cittadini prelevati spesso dalle proprie abitazioni nel cuore della notte.
- Le province calde: Le violenze più pesanti si starebbero concentrando nelle zone a minoranza curda e baluci, dove la risposta del regime è storicamente più brutale.
La strategia del regime: blackout e isolamento
Per tentare di soffocare la rivolta, il governo di Teheran ha messo in atto una strategia collaudata:
- Blocco di Internet: L’accesso ai social media e alle piattaforme di messaggistica è intermittente, rendendo difficilissima la diffusione di video e prove delle violenze.
- Propaganda: Le autorità continuano a definire i manifestanti come “terroristi” o agenti infiltrati al soldo di potenze straniere, cercando di delegittimare le radici sociali ed economiche della protesta.
«La comunità internazionale non può restare a guardare», ha dichiarato il direttore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam. «L’uso della forza letale contro civili disarmati è sistematico e richiede una risposta immediata da parte delle Nazioni Unite».
Un futuro incerto
Nonostante la paura e l’altissimo prezzo in termini di vite umane, le piazze iraniane non sembrano svuotarsi. La rabbia per la crisi economica, l’inflazione galoppante e la richiesta di diritti civili fondamentali hanno creato una miscela che il regime fatica a contenere solo con la forza. Ogni funerale delle vittime si sta trasformando in una nuova occasione di protesta, alimentando un ciclo di resistenza che sembra non avere precedenti negli ultimi anni.
