Fonti di intelligence statunitense rivelano che l’operazione «Midnight Hammer», con bombe a caduta profonda su Fordow, Natanz e Isfahan, non ha colpito i cuori sotterranei delle strutture nucleari iraniane né distrutto le riserve di uranio arricchito. Secondo il Dipartimento di Difesa (DIA), l’effetto si quantifica non in anni, ma in pochi mesi di rallentamento .
Dalle indiscrezioni ufficiali
- Le strutture sotterranee e le centrifughe principali sono rimaste intatte, protette da tunnel e da strategie di dispersione preventivi .
- Prima del raid, l’Iran avrebbe trasferito scorte sensibili (“high enriched uranium”) e dinamicamente coperto le installazioni, come le immagini satellitari confermano .
- Il ritardo stimato nella capacità di arricchimento è di 1–2 mesi, al massimo fino a sei mesi secondo alcune fonti .
La versione ufficiale smentisce
Casa Bianca e Pentagono hanno respinto le indiscrezioni come “fake news”, sostenendo che le bombe abbiano provocato la distruzione completa delle strutture nemiche.
Ma l’intelligence interna sembra invece descrivere un effetto limitato, che non blocca in modo definitivo il programma nucleare iraniano .
Implicazioni strategiche
- Diplomatiche: il ritardo lieve indebolisce la posizione negoziale degli Stati Uniti e di Israele.
- Militari: per annullare definitivamente il programma, serve un’azione molto più penetrante e continuativa.
- Politiche interne: il contrasto tra fonti ufficiali e report riservati alimenta tensioni tra esecutivo e Congresso, già favorevole a verifiche più rigorose .
Pur avendo inflitto danni evidenti, gli attacchi USA non avrebbero colpito il cuore delle strutture atomiche iraniane. Il programma di Teheran non è distrutto, ma solo rimandato di qualche mese, con conseguenze strategiche rilevanti. Serve una valutazione più approfondita e trasparente per capire se questo rallentamento potrà tradursi davvero in un freno duraturo.
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