A quasi un anno dall’omicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto l’11 novembre 2023, l’Italia continua a confrontarsi con le conseguenze giudiziarie, sociali e culturali di uno dei femminicidi che più hanno scosso l’opinione pubblica negli ultimi anni. Lo scorso 3 dicembre 2024, la Corte d’Assise di Venezia ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo, riconoscendo la premeditazione, il sequestro di persona e l’occultamento di cadavere. Escluse, però, due aggravanti fondamentali: quella della crudeltà e quella dello stalking. Una scelta che ha generato forti polemiche.
La sentenza e le motivazioni rinviate
Il processo a carico di Turetta è stato rapido ma non privo di tensioni. La condanna al carcere a vita è stata emessa con rito abbreviato, ma le motivazioni, attese inizialmente per marzo 2025, sono state rinviate di quaranta giorni per la complessità degli elementi da analizzare. Il presidente del collegio, Stefano Manduzio, ha parlato della necessità di valutazioni approfondite, in particolare sui profili psicologici e comportamentali dell’imputato.
Crudeltà esclusa: una decisione che divide
Particolarmente contestata è stata la mancata applicazione dell’aggravante della crudeltà. Secondo la ricostruzione dei fatti, Giulia è stata aggredita, lasciata agonizzante per ore e infine finita con ulteriori colpi. Per l’opinione pubblica e per la famiglia della vittima, questa dinamica avrebbe dovuto essere sufficiente a far scattare l’aggravante.
Tuttavia, secondo i giudici, la crudeltà – intesa giuridicamente come “compiacimento nell’infliggere sofferenza gratuita” – non sarebbe stata dimostrata con certezza. Una distinzione tecnica che ha acceso un dibattito sull’adeguatezza delle attuali definizioni normative rispetto alla violenza di genere.
“Cos’altro serve per parlare di stalking?”
Ancora più aspre le critiche per l’esclusione dell’aggravante dello stalking. Elena Cecchettin, sorella di Giulia, ha denunciato pubblicamente l’assurdità di non riconoscere un pattern persecutorio nella relazione tossica e controllante tra i due ex fidanzati. Anche numerosi esponenti del mondo femminista hanno parlato di un “segnale pericoloso” da parte della giustizia.
La legge italiana, tuttavia, richiede che lo stalking produca un cambiamento delle abitudini di vita della vittima: elemento che, secondo la Corte, non sarebbe emerso in modo evidente dal processo.
Vita carceraria di turata
Turetta, dopo la condanna, è stato trasferito dalla sezione protetta del carcere di Montorio a una sezione ordinaria per detenuti definitivi. I suoi avvocati hanno espresso timori per la sua sicurezza personale. La legge prevede che un detenuto ergastolano possa accedere ai primi permessi premio dopo dieci anni e, in assenza di ostacoli, chiedere la libertà condizionale dopo ventisei anni: per Turetta, queste soglie potrebbero arrivare nel 2033 e nel 2049.
L’Università di Padova e il caso Caruso
Un’altra polemica si è sviluppata attorno all’avvocato Giovanni Caruso, legale difensore di Turetta e docente all’Università di Padova, lo stesso ateneo frequentato da Giulia. Una petizione ha chiesto la sua sospensione dall’insegnamento. La rettrice ha difeso la sua posizione, ribadendo l’importanza del diritto alla difesa come pilastro della democrazia.
Una sentenza che interroga il Paese
La sentenza contro Filippo Turetta ha chiuso un capitolo giudiziario, ma ha aperto nuove ferite nel tessuto sociale. Le esclusioni delle aggravanti di crudeltà e stalking vengono vissute come un’occasione mancata per affermare con forza il riconoscimento pieno della violenza di genere nelle aule di giustizia. Per molte donne, è un segnale inquietante: anche quando la violenza è evidente, il sistema può non vederla tutta.
Il caso Cecchettin non smette di far discutere. E continua a chiedere al Paese un cambiamento culturale, prima ancora che giuridico.
The post Giulia Cecchettin, giustizia a metà: le ombre sulla sentenza che ha condannato Filippo Turetta first appeared on ADN24.
