di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – L’italiano è la lingua della bellezza, dell’arte, della moda, della musica e della bella figura. E se fosse anche la lingua della pace? È la domanda che ha accompagnato la prima Giornata dell’Italofonia alle Nazioni Unite, celebrata giovedì nella sala ECOSOC del Palazzo di Vetro di New York, dove oltre 300 partecipanti, tra ambasciatori, funzionari internazionali, professori e studenti, hanno raccontato il loro rapporto con la lingua di Dante.
L’iniziativa, promossa dalle rappresentanze permanenti di Italia, San Marino e Svizzera, ha portato anche all’ONU la Comunità degli Italofoni, istituita a Roma nel novembre 2025 su iniziativa del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. A fare gli onori di casa è stato l’ambasciatore italiano Giorgio Marrapodi, che ha spiegato come l’idea sia nata scoprendo quanti colleghi diplomatici e funzionari internazionali parlino italiano pur non essendo italiani.
“L’italiano è una lingua molto parlata anche alle Nazioni Unite”, ha spiegato Marrapodi nell’intervista a Italpress al termine della conferenza. “Non è soltanto la lingua dei funzionari italiani dell’ONU. Sono tantissimi anche gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti che la parlano molto bene”. Una scoperta che può avere conseguenze diplomatiche. “Creare empatia tra persone che hanno condiviso la cultura del nostro Paese serve a rafforzare il dialogo, a creare rapporti di amicizia”, ha osservato Marrapodi. E il dialogo, ha aggiunto, è alla base della missione dell’ONU: mantenere la pace e prevenire i conflitti. “Se ci parlassimo tutti di più, forse alcuni problemi riusciremmo a evitarli”.
Tra le protagoniste della giornata Diene Keita, Sottosegretaria Generale delle Nazioni Unite e Direttrice Esecutiva dell’UNFPA, l’agenzia ONU per la salute sessuale e riproduttiva. Keita ha pronunciato un lungo intervento in un italiano impeccabile, raccontando una storia personale: suo padre, diplomatico, aveva scelto Roma anziché Londra come sede di servizio, convinto che crescere in Italia avrebbe arricchito profondamente i suoi figli. “Aveva ragione”, ha ricordato.
L’italiano ha influenzato il suo modo di comunicare, ascoltare e guardare il mondo. Una lingua che, ha scherzato, si parla non soltanto con la voce, ma anche con gli occhi, il viso e soprattutto le mani. Nell’intervista a Italpress, alla domanda se l’italiano possa essere anche una lingua della pace, Keita ha risposto senza esitazioni: “Qui all’ONU è la lingua della pace, è la lingua dell’unità, dell’amicizia, veramente dell’umanità”.
La conferenza, moderata dalla professoressa Loredana Polezzi della Stony Brook University, ha mostrato quanto l’italiano appartenga ormai anche a chi italiano non è. Michael Moore, traduttore americano dei Promessi Sposi, ha raccontato come l’incontro con la lingua italiana abbia cambiato la sua vita. L’artista Serena Scapagnini e il neuroscienziato Michael Higley hanno illustrato il rapporto tra arte, scienza e linguaggio, mentre il musicista svizzero Gabriele Donati ha ricordato che l’italiano è diventato la lingua universale della musica.
Particolarmente significative le testimonianze degli ambasciatori stranieri, invitati a raccontare il proprio rapporto con l’italiano e a scegliere una parola preferita. La rappresentante del Principato di Monaco, Isabelle Picco ha ricordato le origini genovesi della famiglia Grimaldi e i profondi legami storici con l’Italia, scegliendo la parola “inconcepibile”. L’ambasciatore di San Marino, Damiano Beleffi, ha raccontato con emozione di poter finalmente parlare italiano durante un evento all’ONU dopo quasi diciotto anni di carriera al Palazzo di Vetro. Ha ricordato che l’italiano, lingua ufficiale della Repubblica di San Marino, è nato dalla poesia e dalla cultura prima ancora che dall’esistenza di uno Stato nazionale.
La sua parola preferita, scelta con ironia, è stata “precipitevolissimevolmente”. Suela Janina, ambasciatrice dell’Albania, ha ricordato di aver imparato l’italiano guardando la televisione, quando nel suo Paese i programmi italiani rappresentavano una finestra sul mondo. La sua parola è “amicizia”. L’argentino Francisco Fabián Tropepi ha raccontato le proprie radici siciliane, scegliendo “unità”, mentre il canadese David Lametti, cresciuto parlando italiano in famiglia, ha indicato l’espressione “bella figura”.
Uno dei momenti più emozionanti è arrivato con le studentesse della Stony Brook University. Alcune hanno raccontato di studiare italiano per recuperare la lingua perduta dai nonni emigrati, altre per mantenere vivo il legame con i genitori e le proprie radici familiari. Storie di identità, emigrazione e appartenenza.
Anche il rappresentante della Santa Sede, monsignor Christophe Zakhia El Kassis, ha sottolineato il contributo dell’italiano alla diplomazia e alla pace, mentre Angelica Jácome, direttrice dell’ufficio FAO a New York, ha ricordato il valore delle lingue per la cooperazione internazionale.
La giornata si è conclusa con la dichiarazione di adesione alla Comunità degli Italofoni letta da due studenti della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi. Nell’intervista finale a Italpress, Polezzi ha ricordato che l’italiano è stato per secoli una lingua della diplomazia. Tuttavia, ha sottolineato, il vero messaggio della giornata è il valore del multilinguismo: conoscere più lingue ci rende “più diplomatici, più aperti, più amichevoli”. La sua parola preferita? “Garbato”.
Con un augurio particolarmente appropriato al Palazzo di Vetro: che anche i rapporti tra i Paesi diventino un po’ più garbati. Nella conferenza e nelle interviste di Italpress alla Sottosegretaria dell’ONU Keita, all’ambasciatore Marrapodi e alla professoressa Polezzi insieme alle studentesse di Stony Brook, emerge così un’immagine dell’italiano che va oltre la cultura e il Made in Italy. Una lingua capace di costruire rapporti umani e, magari, dare il suo contribuito alla cultura della pace.
-Foto Onu-
(ITALPRESS).

