di Stefano Vaccara
WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Quasi quarant’anni di carriera diplomatica, dalla Calabria al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, passando per alcune delle principali capitali europee. Giorgio Marrapodi, ambasciatore e rappresentante permanente dell’Italia all’ONU, è tra i protagonisti della quarta edizione degli ITALPRESS Awards, svoltasi a Washington – in occasione del Gala annuale della NIAF – dove ha ricevuto un riconoscimento insieme al collega Marco Peronaci, ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti.
Tra gli altri premiati della manifestazione figurano il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, Tommaso Tanzilli alla guida di Ferrovie dello Stato e il giornalista e docente alla Luiss Gianni Riotta. È in questa occasione che incontriamo Marrapodi per un’intervista che attraversa quasi quarant’anni di diplomazia italiana e affronta alcune delle sfide più urgenti delle Nazioni Unite: la crisi del multilateralismo, la riforma del Consiglio di Sicurezza, la successione ad Antonio Guterres e il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle relazioni internazionali.
Ambasciatore, lei è entrato in diplomazia nel 1987, quasi quarant’anni fa. Oggi il mondo è profondamente cambiato. Confrontando quelle due epoche e immaginando di essere nato nella sua Calabria quarant’anni più tardi, oggi farebbe ancora la stessa scelta di intraprendere la carriera diplomatica?
“Rifarei questa scelta senza esitazioni. La carriera diplomatica mi ha dato grandi soddisfazioni e il privilegio di rappresentare l’Italia nel mondo. Dal mio ingresso in carriera a oggi, sono cambiati il contesto geopolitico e i metodi di lavoro, ma, in un mondo segnato da crisi e tensioni crescenti, la diplomazia resta più che mai indispensabile, grazie alla sua capacità di promuovere il dialogo, la mediazione e la fiducia reciproca. Ai tanti giovani che incontro e che sono motivati dal desiderio di fare qualcosa di importante per il nostro Paese, consiglio di considerare questa professione con entusiasmo e consapevolezza, valutandone le opportunità senza sottovalutare i sacrifici personali e familiari che derivano anche dal cambiare sede e lavoro periodicamente. Per me, il bilancio resta decisamente positivo”.
L’Italia ha storicamente mantenuto alle Nazioni Unite una linea di sostegno al multilateralismo, alla Carta dell’ONU e al diritto internazionale, indipendentemente dall’alternanza tra governi di centrodestra e centrosinistra. Possiamo ancora considerare questi principi un patrimonio condiviso della nostra politica estera?
“Come ha più volte ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il nostro pianeta, per sopravvivere, ha indispensabile necessità di un sistema multilaterale, capace di sviluppare ulteriormente forme di collaborazione e di integrazione. Un impegno ribadito dal Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani durante la Settimana di Alto Livello delle Nazioni Unite dello scorso settembre, insieme alla necessità di riformare l’ONU per renderla più efficace. La presenza al suo fianco di una delegazione di alto livello, con la partecipazione di autorevoli rappresentanti del Parlamento, ha testimoniato ancora una volta l’attenzione delle forze politiche e l’impegno trasversale dell’Italia per un multilateralismo efficace”.
Da giovane diplomatico all’ONU, lei ha vissuto da vicino la stagione dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, quando l’Italia si oppose con grande determinazione a una riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe creato nuovi membri permanenti, rischiando di marginalizzare il nostro Paese. Sono passati più di trent’anni e la riforma resta bloccata. L’Italia ha ancora la capacità di condizionarne l’esito come allora?
“Ho avuto il grande onore di lavorare con l’Ambasciatore Fulci a New York negli anni Novanta e lo considero un maestro e un visionario. Aveva compreso i rischi di una riforma del Consiglio di Sicurezza fondata sull’aumento dei seggi permanenti, che avrebbe accentuato le disparità senza migliorarne l’efficacia. Dal Coffee Club di Fulci a Uniting for Consensus oggi, l’Italia guida tuttora i tentativi di riforma per rendere il Consiglio più rappresentativo ed efficace, superando l’attuale paralisi che resta legata soprattutto al veto dei membri permanenti. Sosteniamo pertanto l’ampliamento dei seggi non permanenti, con mandati più lunghi e possibilità di rielezione immediata, per garantire una maggiore rappresentanza alle regioni del mondo oggi sottorappresentate nel Consiglio. Continueremo a promuovere questa proposta nei negoziati intergovernativi, con spirito costruttivo e piena apertura alla ricerca di convergenze con gli altri Stati”.
Siamo nella fase decisiva della scelta del successore o della successora di Antonio Guterres, il cui mandato terminerà il 31 dicembre 2026. Quali caratteristiche dovrebbe avere il prossimo Segretario generale?
“Mai come in questo momento, l’ONU ha certamente bisogno di un Segretario Generale capace, dinamico e che goda del rispetto e del sostegno della membership. L’attuale impasse dell’ONU non dipende però da una sola persona: le decisioni spettano agli Stati, che devono garantire all’Organizzazione e al suo Capo il sostegno necessario per funzionare e ricostruire la fiducia nel multilateralismo. – L’intelligenza artificiale renderà i diplomatici più efficaci oppure rischia di complicarne il lavoro? Credo che l’intelligenza artificiale possa rendere l’attività diplomatica più efficace, offrendo strumenti preziosi per l’analisi, la gestione delle informazioni e la capacità di previsione. Non potrà però mai in ogni caso sostituire la dimensione umana della diplomazia, fondata sulla fiducia, sull’empatia e sulla comprensione delle sensibilità culturali e personali. In questo senso, anche a fronte dei possibili rischi derivanti dall’intelligenza artificiale assume particolare rilievo l’approccio antropocentrico promosso dal Governo italiano e ispirato a quell’equilibrio tra scienza e umanesimo proprio della tradizione italiana”.
Ambasciatore, orgogliosamente calabrese, nato a Martone, nella Locride, lei ha dedicato quasi quarant’anni a rappresentare il nostro Paese. Le faccio una domanda un po’ insolita: se non fosse nato italiano e avesse potuto scegliere di diventare diplomatico di uno degli altri 192 Stati membri delle Nazioni Unite, quale Paese avrebbe scelto di rappresentare? E perché?
“Tutti i Paesi in cui ho prestato servizio mi sono rimasti nel cuore, dalla Romania alla Spagna, dal Belgio all’Austria fino alla Turchia e ovviamente gli Stati Uniti. È uno degli aspetti più belli di questo mestiere: imparare a conoscere e ad apprezzare posti e culture diverse dalla propria. Ma se potessi scegliere, sceglierei ancora di rappresentare l’Italia, le sue eccellenze e i suoi splendidi territori, tra cui la mia Calabria a cui sono molto legato”.
-nella foto Giorgio Marrapodi (a sinistra), Rappresentante Permanente della Repubblica Italiana presso le Nazioni Unite, presenta le sue credenziali al Segretario Generale António Guterres. Foto ONU Manuel Elias –
(ITALPRESS).

