Vele d’epoca Imperia, “Io, Pelaschier al timone di Azzurra da dilettante e senza compenso”

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“Ero il timoniere di Azzurra da dilettante e non avevo compenso”. Nelle parole di Mauro Pelaschiar non c’è rimpianto, ma la fotografia nitida di un’epoca in cui la passione pura dominava le onde. Era la vela di un’altra epoca. Oggi che la Coppa America è una sfida spaziale tra scafi che volano sui foil e budget milionari, il racconto del velista monfalconese riporta alle radici romantiche dello sport. Tra le acque del quarantesimo raduno delle Vele d’Epoca di Imperia, Pelaschiar incarna il ponte perfetto tra il “passato prossimo” dei 12 Metri S.I. e il “passato remoto” delle “Signore del mare”.

Prima di diventare il volto pubblico che nel 1983 fece innamorare gli italiani della vela al timone di Azzurra, c’era stato il duro praticantato sulle deriva. In particolare sul Finn, uno scafo spietato che chiedeva muscoli, tecnica e spirito di sacrificio. Con quel singolo ha conquistato nove titoli italiani, medaglie ai Giochi del Mediterraneo ed europee, e ben tre partecipazioni olimpiche a partire dal 1968, ad appena diciannove anni. Una gavetta vera, forgiata dal vento, che lo avrebbe portato fino alla sfida di Newport e poi a quella di Perth nel 1987 con Azzurra III, l’ultimo atto dei 12 Metri nel trofeo più antico del mondo.

Eppure, persino al vertice di quell’avventura globale, lo spirito rimase quello del dilettante nell’accezione più nobile del termine: chi fa le cose per puro amore. Un approccio che Pelaschiar ha mantenuto intatto negli anni, ritrovando la stessa magia al timone di scafi storici come Leonore o come Nyala, il 12 Metri del 1938 di Patrizio Bertelli con cui ha regatato da Genova a New York fino a Saint-Tropez.

Mentre Azzurra vive una nuova giovinezza a Napoli, dove è sottoposta a un accurato restauro per tornare presto a navigare, la lezione del suo storico timoniere resta attuale. “La tecnologia e il professionismo – racconta il testimonial del raduno di Imperia- hanno cambiato il volto della vela moderna, ma il cuore pulsante delle regate rimane la capacità dell’uomo di leggere il mare”. Un legame dunque indissolubile che non si compra con gli ingaggi, ma si conquista un’onda alla volta.