Uno Bianca, la confessione di Roberto Savi: «Eravamo protetti dai servizi segreti. Lo Stato ci ha aiutati»

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ROMA – A distanza di oltre trent’anni dagli arresti che misero fine a una delle stagioni più cruente della storia criminale italiana, il leader della banda, Roberto Savi, rompe il silenzio. Non lo fa per chiedere perdono, ma per offrire una versione dei fatti che sposta l’asse della responsabilità oltre la semplice brama di denaro.

«Iniziammo dai caselli perché era semplice»

Savi ripercorre la genesi del gruppo con una freddezza che ancora sgomenta. L’obiettivo iniziale erano i soldi, e la scelta dei bersagli era puramente logistica: «Abbiamo iniziato dai casellanti perché era semplice: una macchina che passa, come tutte le altre, nessuno la vede quasi».

Ciò che però continua a sconcertare è come un gruppo di agenti di polizia sia riuscito a restare impunito per sette anni, nonostante la scia di sangue lasciata sull’asfalto. «Loro (le autorità) ce la mettevano tutta, ma non ci prendevano. Certo, un po’ era strano», ammette Savi, lasciando intendere che la fortuna non fosse l’unico fattore in gioco.


L’armeria di via Volturno e i Servizi Segreti

Uno dei punti più oscuri dell’intervista riguarda la strage del 2 maggio 1991 in via Volturno a Bologna. In quell’occasione, durante una rapina in un’armeria, i Savi uccisero la proprietaria e un ex carabiniere. Secondo Roberto Savi, quell’obiettivo non fu casuale.

«L’ex carabiniere stava facendo qualcosa che non andava. Era tutto un insieme di cose intrallazzate, lui era dei servizi segreti. C’era un giro di armi e persone che andavano in quell’armeria».

Savi va oltre, suggerendo che la banda possa aver agito come una sorta di “braccio armato” per conti terzi: «Volevano una scusa per farlo fuori. Tra Polizia, Arma e Finanza ci sono uffici particolari che hanno un loro apparato. E noi, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì».


Il legame con Roma

Le rivelazioni più pesanti riguardano però i presunti contatti nella Capitale. Savi racconta di trasferte settimanali a Roma, giorni trascorsi nei pressi dell’Altare della Patria, suggerendo l’esistenza di un network di protezione che arrivava fino ai piani alti del potere.

  • Le coperture: «Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere», dichiara Savi riferendosi a presunti apparati deviati.
  • Il tradimento: Secondo l’ex agente, lo stesso apparato che li aveva protetti avrebbe poi deciso di “consegnarli” alla giustizia quando non erano più utili: «Alla fine ci hanno fatto arrestare».
Cronologia Uno BiancaEvento
1987Inizio delle rapine ai caselli autostradali.
2 Maggio 1991Duplice omicidio nell’armeria di via Volturno (Bologna).
1987 – 199424 omicidi e oltre 100 feriti accertati.
Novembre 1994Arresto dei fratelli Savi e smantellamento della banda.

Esporta in Fogli

Le parole di Roberto Savi, sebbene vadano prese con la cautela necessaria quando si tratta di un pluriomicida condannato all’ergastolo, rilanciano interrogativi mai risolti: la Uno Bianca fu solo una banda di poliziotti rapinatori o fu uno strumento di una strategia della tensione più ampia? Mentre le associazioni dei familiari delle vittime continuano a chiedere verità, le “ombre romane” evocate da Savi rischiano di riscrivere una delle pagine più buie della Repubblica.