RAVENNA – La sentenza mette fine a una battaglia legale iniziata nel 2013, anno in cui l’uomo si era sottoposto a un intervento di artroprotesi al ginocchio sinistro. Quello che sembrava un successo chirurgico nascondeva in realtà un’insidia letale: un’infezione contratta in sala operatoria e mai diagnosticata per i successivi sei anni.
Il calvario: sei anni di dolore e cecità diagnostica
Nonostante l’operazione sembrasse riuscita, il paziente ha iniziato quasi subito a manifestare sintomi preoccupanti. Come riportato dal Corriere della Sera, il quadro clinico è degenerato rapidamente:
- Sintomi iniziali: Rigidità articolare e deficit di flessione.
- Aggravamento: Comparsa di tumefazioni e, dato ancora più allarmante, fuoriuscita di materiale purulento dalla ferita.
- Interventi a catena: L’uomo è stato costretto a sottoporsi a numerosi interventi di “revisione” che non riuscivano a risolvere il problema alla radice, fino all’ultimo, drammatico epilogo nel settembre del 2019: l’amputazione dell’arto.
La perizia: “Danno evitabile con la giusta terapia”
Il giudice civile ha basato la sua decisione su una perizia medico-legale schiacciante. Il consulente tecnico ha chiarito che l’infezione era presente sin dalle prime fasi post-operatorie del 2013. Se i medici avessero interpretato correttamente i segnali — dolore, pus e difficoltà di deambulazione — e avessero impostato una terapia antibiotica mirata o un protocollo di bonifica tempestivo, l’infezione non avrebbe devastato i tessuti al punto da rendere necessaria l’amputazione.
“Il danno alla persona si sarebbe evitato se fosse stato tenuto il giusto comportamento terapeutico,” si legge nelle motivazioni della sentenza. Una “condotta omissiva” che ha trasformato un paziente in un invalido a vita.
La responsabilità delle strutture private
La sentenza riaccende i riflettori sulla sicurezza nelle cliniche private e sulla continuità assistenziale. Il risarcimento da 650 mila euro, pur essendo una cifra significativa, difficilmente potrà compensare la perdita della qualità della vita di un uomo che per sei anni ha vissuto nel dolore cronico, subendo operazioni inutili mentre il batterio continuava a corrodere la sua salute.
L’uomo, oggi 67enne, ha dovuto lottare non solo contro la malattia, ma contro un sistema che per oltre un lustro ha negato l’evidenza dell’errore. La decisione del giudice di Ravenna riconosce finalmente la responsabilità della struttura, sancendo che la tempestività diagnostica non è un’opzione, ma un obbligo deontologico e legale.

