Svolta nel caso Mansouri: secondo i verbali degli interrogatori, l’assistente capo avrebbe mentito sui soccorsi. Giallo su una borsa prelevata dal commissariato: l’ipotesi è che la pistola del pusher sia stata “piantata” per simulare la legittima difesa.
L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso lo scorso 26 gennaio nel “boschetto della droga” di Rogoredo, prende una piega drammatica per la Polizia di Stato. Davanti al PM Giovanni Tarzia, i quattro colleghi dell’assistente capo Carmelo Cinturrino (42 anni) hanno rotto il muro del silenzio, delineando un quadro di presunte omissioni, menzogne e manipolazioni della scena del crimine.
Quei 23 minuti di agonia senza soccorsi
Il dato più inquietante emerso dagli interrogatori riguarda il tempo trascorso tra lo sparo e la chiamata al 118. Mansouri è rimasto a terra, agonizzante dopo un colpo alla testa, per oltre 20 minuti prima che venissero allertati i medici.
Secondo i colleghi – indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso – Cinturrino li avrebbe raggirati:
«Ci ha detto che aveva già chiamato i soccorsi, ma non era vero», avrebbero messo a verbale.
A confermare il ritardo è anche un’intercettazione: Mansouri era al telefono con un altro pusher che lo avvertiva dell’arrivo della polizia. Dopo il primo sparo, l’interlocutore ha richiamato più volte senza ottenere risposta. Da quel momento al primo segnale ai soccorritori sono passati esattamente 23 minuti.
Il giallo della borsa e la pistola “replica”
L’ipotesi della legittima difesa, sostenuta inizialmente da Cinturrino (che dichiarò di aver sparato perché minacciato con un’arma), vacilla paurosamente. Le telecamere della zona avrebbero ripreso l’unico agente testimone oculare dello sparo mentre si allontanava verso il Commissariato Mecenate per poi tornare con una borsa.
Il sospetto della Procura è pesante: dentro quella borsa c’era la pistola a salve poi ritrovata accanto al cadavere di Mansouri? Gli inquirenti ipotizzano che l’arma sia stata posizionata sulla scena a posteriori per giustificare lo sparo. Una ricostruzione che sposa le tesi degli avvocati della famiglia Mansouri, Debora Piazza e Marco Romagnoli.
Il profilo di Cinturrino: «Metodi borderline»
Dalle testimonianze emerge un profilo inquietante del 42enne, considerato dai colleghi più giovani come il “più esperto” ma anche il più pericoloso:
- Gestione opaca: Definito un “fanatico”, incline a operazioni fuori dalle regole.
- Violenza: Sono emersi racconti di precedenti aggressioni fisiche gratuite nei confronti di tossicodipendenti e piccoli spacciatori della zona.
- Leadership tossica: Avrebbe gestito in solitaria tutte le fasi post-omicidio, imponendo la propria versione ai sottoposti.
| Elemento Inchiesta | Stato delle Indagini |
| Accusa principale | Omicidio volontario (Cinturrino) |
| Altre accuse | Favoreggiamento e omissione di soccorso (4 agenti) |
| Prove tecniche | Analisi telecamere e tabulati telefonici |
| Testimonianze | Dichiarazioni incrociate dei colleghi di pattuglia |
Esporta in Fogli
Piantedosi: «Nessuno sconto»
Sul caso è intervenuto con fermezza il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a margine dell’inaugurazione dell’ufficio Polmetro a Roma:
«Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza al proprio interno senza fare sconti a nessuno. Accetteremo con serenità quello che emergerà dalle indagini».
Mentre la difesa di Cinturrino si prepara a ribattere, il “giallo di Rogoredo” rischia di trasformarsi in uno dei più gravi scandali legati all’abuso di potere negli ultimi anni.
