La Corte d’Appello aumenta il risarcimento per una 47enne vittima di una diagnosi errata a Pisa. Dal 2007 al 2011 ha combattuto contro un “fantasma”, tra farmaci debilitanti e sofferenze inutili.
La vicenda, che sembra uscita da un dramma cinematografico, affonda le radici nel 2006. Tutto inizia quasi per caso, quando la donna si presenta in ospedale per un banale intervento ortopedico. Durante gli esami di routine della pre-ospedalizzazione, i medici notano una strana anomalia nella conta dei globuli bianchi. L’operazione viene rinviata e i referti vengono trasmessi all’Aoup per accertamenti più approfonditi.
La diagnosi shock e il falso Linfoma
Sulla base di una biopsia midollare e intestinale, i sanitari formulano una diagnosi senza appello: linfoma non Hodgkin, una forma di tumore del sistema linfatico. Da quel momento, per la paziente inizia una discesa agli inferi fatta di protocolli clinici aggressivi.
Dal gennaio 2007 al maggio 2011, la donna si sottopone a:
- Cicli ripetuti di chemioterapia: con tutti gli effetti collaterali devastanti che ne conseguono.
- Terapie con cortisone e steroidi: trattamenti che hanno segnato il suo fisico e la sua stabilità emotiva per oltre quattro anni.
La scoperta a Genova: «Non c’è nessun male»
Il castello di carte crolla solo nel 2011 quando, dopo anni di cure che non portavano i risultati sperati o che apparivano incongruenti, la donna decide di sottoporsi a una nuova biopsia presso una struttura di eccellenza a Genova. Il responso dei medici liguri è spiazzante: non c’è traccia di linfoma, né sembra che ci sia mai stata. La paziente non è guarita miracolosamente; semplicemente, non era mai stata malata di tumore.
Dal Tribunale all’Appello: risarcimento record
La battaglia legale è stata lunga quasi quanto il calvario clinico. In primo grado, il Tribunale di Pisa aveva stabilito un risarcimento di 295mila euro. Tuttavia, i giudici di secondo grado della Corte d’Appello di Firenze hanno ritenuto quella cifra insufficiente a coprire il danno biologico, esistenziale e morale subito.
La condanna è stata così elevata a 460mila euro, riconoscendo la gravità di un errore che ha sottratto alla donna anni di giovinezza, salute e serenità, sottoponendo il suo corpo a sostanze tossiche e debilitanti senza alcuna necessità medica.
