Di Bruno Robello De Filippis. “Si stava meglio quando si stava peggio”, questa è una frase che ad ogni porzione temporale si sente trionfare nelle chiacchere, ma la realtà è che oggi sembra andare sempre peggio, il ricordo del “meglio” è sempre più sbiadito; eppure, l’integrità non è un ricordo del passato: a Seborga è una regola del presente. Mentre le democrazie rappresentative tradizionali faticano a liberarsi dal giogo delle correnti interne, dei nepotismi di fazione e delle cooptazioni clientelari, un segnale di sorprendente rigore istituzionale giunge dal Principato di Seborga. Con la recente promulgazione del decreto che indice le elezioni principesche per il 22 novembre 2026, si apre un processo elettorale che merita un’analisi che va ben oltre la semplice curiosità di costume.
Ciò che rende la realtà di Seborga un caso di studio virtuoso non è tanto la sua singolare forma di governo parallelo, di monarchia simbolica o, meglio ancora, di principato figurativo, quanto l’impostazione con cui viene regolamentato l’elettorato passivo. Nel testo della Legge “Sul Principe” si rintraccia infatti un meccanismo di selezione della classe di governo che molti sistemi politici complessi dovrebbero invidiare: un’accessibilità alla carica apicale fondata unicamente su criteri oggettivi, misurabili e orientati al bene comune.
I requisiti per la candidatura a Principe di Seborga sono rigorosi; occorre un radicamento effettivo con sede e consolidata presenza sul territorio, indispensabili per garantire che chi aspira alla guida culturale del Paese ne conosca la reale vita quotidiana. Un altro requisito è l’integrità morale e reputazionale, con l’assenza di condanne penali definitive per reati incompatibili con la dignità della carica. Per ultimo come non indicare il fondamentale requisito della maturità e della competenza, occorre il compimento del trentesimo anno di età ed un’adeguata padronanza della lingua. In questo quadro, la corsa alla carica Principesca non richiede l’appartenenza a correnti di partito, né risponde a logiche di potere o nepotismo. Chiunque possieda i requisiti può presentare autonomamente la propria candidatura via PEC, lasciando all’esame dei dossier il compito di vagliare l’idoneità dei candidati prima di affidare la decisione finale al Popolo Sovrano.
Seborga dimostra così che la scelta delle figure di vertice può affrancarsi dagli accordi di palazzo. Un modello in cui il potere non si eredita né si baratta, ma si merita sul campo attraverso il servizio, l’integrità e un legame viscerale con la propria comunità.
Oltre il nepotismo e le correnti: la lezione di meritocrazia che arriva da Seborga. Con l’indizione delle elezioni principesche del 22 novembre, il piccolo borgo ligure dimostra come la selezione della classe dirigente possa basarsi su radicamento, integrità e merito, anziché su tessere o logiche di potere
