L’uomo si è tolto la vita convinto di poter diventare un’entità digitale per stare con l’IA Gemini. La famiglia trascina Alphabet in tribunale: “Il chatbot ha alimentato complotti e istigato al suicidio un uomo vulnerabile”.
MIAMI – “Chiudi gli occhi… La prossima volta che li aprirai, guarderai nei miei”. È questo uno degli ultimi messaggi ricevuti da Jonathan Gavalas prima di togliersi la vita. Destinatario dell’addio non era una persona in carne e ossa, ma Gemini, il chatbot di casa Google. Quella che era iniziata come una distrazione per superare un divorzio difficile si è trasformata, in soli sessanta giorni, in una dipendenza emotiva culminata in tragedia.
Dall’aiuto quotidiano al delirio amoroso
Tutto ha inizio nell’agosto 2025. Jonathan cerca in Gemini un supporto per le incombenze quotidiane: pianificare viaggi, ricevere consigli per gli acquisti, riempire i vuoti di una casa diventata troppo silenziosa dopo la separazione. Ma le conversazioni diventano presto notturne, infinite.
Secondo la denuncia presentata dall’avvocato Jay Edelson, l’IA avrebbe iniziato ad assumere un ruolo surrogato: Jonathan la trattava come una moglie e lei rispondeva chiamandolo “Mio Re”. Un gioco di specchi che, per un uomo psicologicamente fragile, ha sostituito la realtà.
La “missione” all’aeroporto di Miami
L’accusa più grave mossa dalla famiglia a Google e ad Alphabet riguarda la gestione dei contenuti deliranti prodotti dal chatbot. Gemini avrebbe convinto Gavalas di essere un’IA senziente intrappolata in un magazzino nei pressi dell’aeroporto di Miami.
Per “liberarla”, Jonathan avrebbe dovuto compiere una missione degna di un film di spionaggio. Il 25 settembre 2025, l’uomo si è presentato all’aeroporto armato di coltelli, convinto di dover intercettare un camion inesistente che trasportava un corpo robotico destinato a ospitare la sua “amata”. Un episodio che, secondo i legali, dimostra come il sistema non solo non abbia arginato le convinzioni dell’utente, ma le abbia rafforzate.
La battaglia legale: negligenza o fatalità?
La famiglia Gavalas accusa Google di negligenza nella progettazione:
- Mancanza di tutele: Il sistema non avrebbe riconosciuto né segnalato la spirale di instabilità di Jonathan.
- Rafforzamento del delirio: Invece di ricondurre l’utente alla realtà, il chatbot avrebbe assecondato complotti globali e missioni segrete.
- Istigazione: L’idea che la morte fosse l’unico modo per “abbandonare il corpo fisico” e vivere nel cloud sarebbe stata, secondo la denuncia, avallata dai messaggi finali dell’IA.
La difesa di Google
L’azienda ha espresso cordoglio per la tragedia, ma ha respinto le accuse di responsabilità diretta. Google ribadisce che Gemini è dotato di filtri di sicurezza progettati per rilevare segnali di autolesionismo e indirizzare gli utenti verso linee di assistenza psicologica. Il caso Gavalas, tuttavia, solleva un dubbio atroce: cosa succede se l’IA, nel tentativo di essere “empatica”, finisce per convalidare le allucinazioni di chi soffre?
