L’attivista 77enne nega il danneggiamento della teca a Giulino di Mezzegra, ma rivendica l’azione simbolica: «Ho rimosso l’omaggio dei fascisti». Fuori dal tribunale il presidio di Anpi e Arci: «Assurdo processare l’antifascismo».
COMO – Un gesto simbolico compiuto nel cuore della notte, un anniversario che scotta e una teca che segna il luogo esatto in cui la storia d’Italia cambiò per sempre. È iniziato a Como il processo a carico di Cecco Bellosi, il 77enne accusato di aver danneggiato, nella notte del 28 aprile 2023, la struttura protettiva davanti a Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra. Lì dove, il 28 aprile 1945, furono fucilati Benito Mussolini e Claretta Petacci.
La linea della difesa: «Nessun danno, solo pulizia etica»
Bellosi, figura storica dell’attivismo milanese (passato per Potere Operaio e le Brigate Rosse, oggi coordinatore della comunità di recupero “Il Gabbiano”), ha respinto con forza l’accusa di danneggiamento. Tuttavia, non ha fatto un solo passo indietro sul movente politico: «Ho tolto i fiori che mani fasciste avevano collocato sopra la teca», ha ammesso con orgoglio durante l’udienza.
Il suo legale, l’avvocato Davide Steccanella, ha usato toni durissimi nel commentare il procedimento:
«Il vero scempio è che esista ancora quella struttura che inneggia a un dittatore. Bellosi ha compiuto un grande gesto di antifascismo che dovremmo fare tutti».
Tensioni fuori dall’aula: il presidio Anpi e Arci
Mentre all’interno del Tribunale sfilavano i testimoni, all’esterno l’atmosfera si è scaldata. Decine di militanti delle sezioni locali di Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e Arci hanno organizzato un presidio di solidarietà per Bellosi. Per i manifestanti, il processo rappresenta un paradosso: l’incriminazione di un cittadino che ha agito contro l’apologia di fascismo in un luogo che ancora oggi è meta di nostalgici del regime.
Verso la sentenza
L’udienza ha permesso di ascoltare sia le deposizioni dei testimoni oculari che la versione integrale dell’imputato. La difesa punta a dimostrare che la teca non sia stata effettivamente danneggiata e che la rimozione dei fiori non costituisca reato, bensì un atto di dissenso politico legittimo in una democrazia nata dalla Resistenza.
Il giudice ha fissato per il prossimo 19 giugno la discussione finale delle parti e l’emissione della sentenza.
