Il “tesoro” nascosto tra i binari: così un dipendente RFI ha rubato 72 tonnellate di rame

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Non era un semplice ladro d’occasione, ma un metodico “accumulatore” di profitti illeciti. Tutto è iniziato con un arresto in flagranza di reato nel luglio 2024, quando la Polizia Ferroviaria di Ventimiglia ha sorpreso un operaio della Rete Ferroviaria Italiana (RFI) mentre consegnava una treccia di 80 kg di rame a un centro di recupero metalli. Ma quello era solo il filo di Arianna che avrebbe portato gli investigatori a scoprire una voragine ben più profonda. L’operazione, battezzata significativamente “Oro Rosso”, è stata condotta con i metodi della vecchia scuola: appostamenti pazienti, pedinamenti e una sorveglianza costante sotto la direzione dell’ispettore Roberto Scionti. Mese dopo mese, gli agenti hanno ricostruito il puzzle di un’attività criminale che non conosceva soste. Al centro del sistema c’era Giovanni Tedesco, 55 anni, dipendente della stessa RFI. Secondo la Procura, l’uomo avrebbe sfruttato la sua posizione privilegiata per svuotare sistematicamente i depositi e i cantieri aziendali. La cifra finale contestata è da capogiro: 71.943,50 chilogrammi di metallo sottratto. Quasi 72 tonnellate di materiale che, una volta venduto, avrebbe generato un giro d’affari illecito superiore ai 400.000 euro. Il sistema non avrebbe potuto reggere senza un “terminale” compiacente. Insieme a Tedesco, nel registro degli indagati è finito Marco Serpe, 61 anni. L’accusa per lui è di ricettazione: secondo gli investigatori, Serpe acquistava regolarmente i cavi pur sapendo perfettamente che quel rame proveniva direttamente dai cantieri ferroviari. Oltre al danno economico diretto per RFI, il furto di rame rappresenta una piaga per il sistema dei trasporti, causando spesso ritardi e disservizi tecnici sulla rete. Con la chiusura delle indagini, la Polfer mette fine a quello che era diventato un vero e proprio “bancomat” illegale alimentato dai materiali destinati alla manutenzione delle ferrovie della zona.