Dalla Calabria al Veneto: sequestro da 30 milioni per legami con le cosche

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Sotto la lente della Dia un imprenditore veronese ritenuto il volto “pulito” dei clan. L’indagine è una costola dell’operazione Glicine-Acheronte che ha scosso il crotonese.

L’ombra della criminalità organizzata calabrese non risparmia il comparto vitivinicolo e il settore dei servizi nel Nord-Est. L’operazione odierna nasce da una sinergia investigativa che collega Brescia alla Calabria, seguendo le tracce lasciate dalla maxi-inchiesta Glicine-Acheronte coordinata dalla Dda di Catanzaro. Al centro del provvedimento di sequestro preventivo c’è un noto imprenditore di origine veronese, sospettato di essere il perno di un sistema di reinvestimento di capitali illeciti.


Il “Giano Bifronte”: l’imprenditore e il clan

Secondo gli inquirenti, l’imprenditore veronese non era un semplice fornitore, ma un vero e proprio partner in affari delle cosche. La sua funzione era duplice:

  1. Fornire una facciata legale: Utilizzare società apparentemente sane per ripulire flussi di denaro provenienti dalle attività illecite in Calabria.
  2. Espansione territoriale: Permettere ai clan (in particolare quelli dell’area crotonese) di penetrare in mercati competitivi come quello del Garda e del vino di qualità.

Il sequestro: società e vigneti

Il patrimonio sottratto alla disponibilità dell’imprenditore è imponente. Le tre società colpite dal provvedimento operano in settori diversi, ma è l’azienda vinicola a destare maggiore preoccupazione.

  • Il comparto vino: Non si trattava solo di vendita, ma di un’intera filiera che andava dalla produzione all’etichettatura, permettendo alla ’ndrangheta di “imbottigliare” i propri proventi.
  • Il valore: 30 milioni di euro tra immobili, mezzi agricoli di ultima generazione, conti correnti e partecipazioni societarie.

Il legame con “Glicine-Acheronte”

L’inchiesta Glicine-Acheronte aveva già messo a nudo un sistema di potere che intrecciava criminalità, politica e imprenditoria in Calabria. Questo nuovo filone bresciano dimostra come le risultanze di quell’indagine stiano permettendo di mappare con precisione le proiezioni dei clan al Nord, identificando i “colletti bianchi” che garantiscono il salto di qualità imprenditoriale alla mafia calabrese.

«La ’ndrangheta non cerca più solo il pizzo, cerca il mercato», commentano fonti vicine all’indagine. «Possedere un’azienda vinicola sul Garda significa avere prestigio, canali di distribuzione e una lavatrice perfetta per il denaro».


Verso il processo

L’imprenditore dovrà ora rispondere di accuse pesantissime che vanno dal riciclaggio all’aggravante mafiosa. Nel frattempo, le aziende sequestrate passeranno sotto la gestione di un amministratore giudiziario, con l’obiettivo di preservare i posti di lavoro e la continuità produttiva, ripulendole però dall’influenza criminale.