Caso Orlandi: svolta nell’inchiesta, c’è una donna indagata per false informazioni

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A quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il caso che ha segnato la storia del Vaticano e dell’Italia intera registra un nuovo, inatteso sussulto giudiziario. Per la prima volta dalla riapertura delle indagini nel 2023, emerge il nome di una persona iscritta nel registro degli indagati: si tratta di una donna, a cui la Procura di Roma contesta il reato di false informazioni al pubblico ministero.

Le indagini, condotte con estremo riserbo dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, si starebbero concentrando su alcune testimonianze ritenute reticenti o fuorvianti, fornite durante i recenti interrogatori volti a ricostruire i movimenti della cittadina vaticana sparita il 22 giugno 1983.


Le indagini bis: tra riserbo e nuove piste

La riapertura del fascicolo, coordinata dalla magistratura capitolina in parallelo con l’inchiesta promossa dal Promotore di Giustizia Vaticano, Alessandro Diddi, mira a passare al setaccio vecchi verbali e nuove segnalazioni.

  • L’accusa: L’ipotesi di reato (art. 371-bis c.p.) suggerisce che la persona indagata, sentita come testimone o persona informata sui fatti, abbia riferito circostanze non vere o abbia taciuto elementi fondamentali per la ricostruzione del caso.
  • Il ruolo dei Carabinieri: Il Nucleo Investigativo sta incrociando i dati storici con le dichiarazioni raccolte negli ultimi mesi, cercando di individuare le contraddizioni che hanno portato all’iscrizione della donna nel registro degli indagati.

La reazione della famiglia Orlandi

La notizia, trapelata nelle ultime ore, è stata accolta con cautela ma anche con una rinnovata speranza dalla famiglia di Emanuela, che da decenni si batte per la verità.

L’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, ha commentato con favore l’operato degli inquirenti:

“Abbiamo appreso dalla stampa di questa novità. C’è la massima fiducia nel lavoro dei magistrati e finora il fatto che si sia scelto di procedere con il massimo riserbo ci fa pensare che abbiano avuto le loro buone ragioni per farlo”.

Un puzzle lungo quarant’anni

L’iscrizione di un indagato per false informazioni potrebbe rappresentare il primo tassello di un “effetto domino”. Se la donna avesse mentito per coprire qualcuno o per nascondere segreti legati al contesto vaticano o alla criminalità organizzata dell’epoca, la sua posizione processuale potrebbe spingerla a collaborare, aprendo squarci inediti su una vicenda finora dominata da depistaggi e silenzi.

Mentre la Commissione parlamentare d’inchiesta prosegue i propri lavori, l’attenzione resta alta sulle prossime mosse della Procura, che dovrà stabilire se dietro quelle “false informazioni” si celi la chiave definitiva per risolvere il mistero della ragazza con la fascetta.