La nuova perizia psichiatrica disposta nel corso del processo di secondo grado ha confermato quanto già stabilito in primo grado: Alessia Pifferi era pienamente capace di intendere e di volere nel momento in cui ha lasciato la figlia Diana, di appena 18 mesi, sola in casa per sei giorni, causandone la morte per stenti.
Conferme dalla perizia
Il nuovo accertamento è stato affidato dalla Corte d’Assise d’appello a tre esperti: lo psichiatra Giacomo Francesco Filippini, la neuropsicologa Nadia Bolognini e il neuropsichiatra infantile Stefano Benzoni. Il loro esito ha ribadito, nero su bianco, l’assenza di vizi di mente nel momento dei fatti.
Il team peritale ha riconosciuto un disturbo di tipo evolutivo, definendolo come una “immaturità affettiva”, ma ha precisato che tale fattore non è in grado di invalidare la capacità di intendere e volere, nemmeno in parte.
Reazioni delle parti
L’avvocato Emanuele De Mitri, legale della zia e della nonna della vittima, ha espresso soddisfazione per l’esito: “È stato riconosciuto quello che da sempre abbiamo sostenuto: Pifferi è pienamente consapevole delle proprie azioni e non affetta da alcun disturbo invalidante.”
Prossime tappe del processo
- Il 24 settembre è prevista l’udienza in cui i consulenti tecnici illustreranno in aula i risultati della perizia, alla presenza delle parti coinvolte.
- Entro il 22 ottobre, è attesa la sentenza di appello. Se la capacità imputativa verrà confermata, l’ergastolo già inflitto in primo grado potrebbe essere confermato.
La perizia psichiatrica in appello conferma l’inattività mentale come incompatibile con la responsabilità penale di Alessia Pifferi: la donna non era incapace, era consapevole delle sue azioni. L’esito segna un passo cruciale nel secondo grado del processo: stavolta il tribunale d’appello dovrà valutare se confermare la condanna all’ergastolo, non potendo più far leva su un vizio mentale come attenuante.
