Israele, la vittoria incompleta di Netanyahu e l’incognita equilibrio regionale

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di Daniele Ruvinetti

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ROMA (ITALPRESS) – Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno restituito a Benjamin Netanyahu un vantaggio politico che pochi mesi fa appariva tutt’altro che scontato. Dopo tre anni segnati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza e da un confronto sempre più diretto con l’Iran, il primo ministro ha dimostrato di conservare una considerevole capacità di mobilitazione elettorale. Il risultato, tuttavia, non risolve la questione della governabilità. Israele si prepara a una fase di negoziati parlamentari particolarmente complessa, mentre il deterioramento del quadro regionale potrebbe imporre decisioni strategiche prima ancora che emerga una nuova maggioranza.

I dati provvisori attribuiscono 53 seggi al blocco di Netanyahu, contro i 48 delle forze di opposizione riconducibili a Gadi Eisenkot e i 19 conquistati dalle formazioni arabe. Il quadro resta tuttavia suscettibile di cambiamenti: secondo la Commissione elettorale centrale, devono ancora essere conteggiate tra 430.000 e 480.000 schede espresse attraverso il sistema delle cosiddette double envelopes, utilizzato tra gli altri da militari, diplomatici e cittadini impossibilitati a votare nel proprio seggio. Un volume di voti equivalente, in termini puramente quantitativi, a circa dodici mandati parlamentari, che potrebbe incidere sulla distribuzione finale dei seggi. I risultati definitivi dello scrutinio sono attesi per il 29 ottobre, mentre la proclamazione ufficiale è prevista per il 4 novembre. Resta intanto invariato il dato politico fondamentale: nessuno dei due principali schieramenti dispone, allo stato attuale, dei 61 parlamentari necessari per formare un governo.

Il risultato rivela due dinamiche apparentemente contraddittorie. Da un lato, Netanyahu conserva una posizione centrale nella politica israeliana, nonostante il peso delle responsabilità politiche e delle controversie accumulate negli ultimi anni. Dall’altro, l’elevata partecipazione elettorale, arrivata al 77,7%, e soprattutto la mobilitazione senza precedenti dell’elettorato arabo mostrano una società attraversata da profonde divisioni sulle prospettive del Paese. Il rafforzamento della rappresentanza araba costituisce uno degli sviluppi più significativi di questa tornata, anche se il suo peso parlamentare non si traduce automaticamente in influenza sulla formazione del governo. È su questa contraddizione che si aprirà la partita politica delle prossime settimane.

Il sistema proporzionale israeliano impone coalizioni tra forze spesso distanti per orientamento ideologico, interessi elettorali e priorità programmatiche. Il presidente Isaac Herzog dovrà individuare, attraverso le consultazioni, il leader con le maggiori possibilità di ottenere una maggioranza parlamentare. Il vantaggio del blocco Netanyahu rappresenta un elemento importante, ma non determina automaticamente il conferimento dell’incarico. Per il primo ministro uscente, la strada passa attraverso la ricerca di nuovi interlocutori al di fuori della coalizione che lo ha sostenuto finora. L’operazione presenta difficoltà evidenti, ma la frammentazione dell’opposizione lascia aperti diversi margini negoziali. Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e lo stesso Eisenkot appartengono a tradizioni politiche che non possono essere assimilate alla sinistra israeliana. Le loro differenze con Netanyahu riguardano anche la leadership, la gestione delle istituzioni e la conduzione della sicurezza nazionale, più che una contrapposizione ideologica uniforme.

Una coalizione alternativa dovrebbe invece confrontarsi con il ruolo dei partiti arabi. Sul piano aritmetico, l’opposizione e le formazioni arabe potrebbero anche disporre, secondo le proiezioni attuali, di 67 seggi. Sul piano politico, tuttavia, l’accordo appare assai più difficile. Eisenkot ha posto condizioni stringenti a un’eventuale collaborazione, mentre alcune componenti dell’opposizione hanno escluso alleanze di questo tipo. La disponibilità manifestata da Ra’am a contribuire a un cambiamento di governo non elimina le divergenze sulla questione palestinese, sulla sicurezza e sul futuro di Gaza.

Proprio Gaza rappresenta un elemento essenziale per comprendere i limiti delle possibili convergenze parlamentari. La distinzione tra Netanyahu e i suoi avversari non coincide necessariamente con quella tra sostenitori e oppositori di una linea militare rigorosa nei confronti di Hamas. Eisenkot, già capo di Stato maggiore e membro del gabinetto di guerra, ha espresso posizioni particolarmente ferme sulla necessità di neutralizzare le capacità militari dell’organizzazione. Un eventuale governo alternativo dovrebbe dunque trovare una sintesi tra orientamenti di sicurezza largamente condivisi nell’establishment israeliano e le richieste politiche delle formazioni arabe.

La possibilità che nessuno riesca a costruire una maggioranza introduce un ulteriore elemento di incertezza. Un fallimento delle consultazioni potrebbe condurre a nuove elezioni, prolungando nel frattempo la permanenza di Netanyahu alla guida di un esecutivo incaricato degli affari correnti. Una condizione istituzionalmente prevista, ma politicamente delicata in una fase nella quale la sicurezza nazionale occupa una posizione dominante nell’agenda israeliana.

Il confronto con l’Iran rende questa prospettiva particolarmente rilevante. Netanyahu ha indicato nella collaborazione con l’amministrazione Trump un’opportunità per affrontare in maniera definitiva la minaccia iraniana. Le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre costituiscono un ulteriore passaggio politico, mentre resta aperta la questione di una possibile nuova fase delle operazioni militari contro Teheran – che secondo diversi scenari dovrebbe avvenire proprio dopo le Midterms.

Non esistono, allo stato attuale, elementi sufficienti per considerare acquisita una decisione in questo senso, ma l’eventualità deve essere valutata per le sue implicazioni regionali. Un nuovo confronto militare potrebbe infatti estendersi ben oltre il territorio israeliano e iraniano. Le infrastrutture energetiche, logistiche e tecnologiche del Golfo rappresentano vulnerabilità strategiche attraverso le quali Teheran potrebbe cercare di aumentare il costo di un’operazione israelo-americana.

Porti, aeroporti, reti elettriche, impianti di dissalazione, cavi sottomarini e infrastrutture digitali costituiscono componenti essenziali di economie sempre più interconnesse. La loro eventuale esposizione a operazioni di ritorsione amplierebbe significativamente le conseguenze economiche e politiche del conflitto.

A questa dimensione si aggiunge quella marittima. Un deterioramento della sicurezza nello Stretto di Hormuz, accompagnato da nuove minacce alla navigazione nel Mar Rosso attraverso l’azione degli Houthi, potrebbe esercitare pressioni sulle catene di approvvigionamento e sui mercati energetici internazionali. Per Washington, la gestione del confronto con Teheran richiede quindi di considerare anche la sicurezza dei partner arabi, la protezione delle installazioni americane e la stabilità economica regionale.

È in questa intersezione tra politica interna e sicurezza nazionale e internazionale che il risultato elettorale israeliano assume il suo significato più ampio. Netanyahu ha ottenuto un vantaggio elettorale, ma la composizione della prossima maggioranza resta incerta. E mentre i partiti cercheranno di tradurre i voti in una coalizione, il calendario strategico del Medio Oriente continuerà a seguire dinamiche proprie.

La questione fondamentale non riguarda soltanto chi governerà Israele, ma in quali condizioni politiche e istituzionali verranno assunte le decisioni destinate a influenzare la sicurezza dell’intera regione.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).