Trump, alla Russia con amore e l’Ucraina “cornuta e mazziata”

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di Stefano Vaccara

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NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Gli Stati Uniti di Donald Trump stanno diventando alleati della Russia di Vladimir Putin? Non è più soltanto un’accusa dei democratici americani o dei governi europei preoccupati per il futuro dell’Ucraina. A denunciare la svolta della Casa Bianca sono ormai anche autorevoli commentatori conservatori, mentre persino il Wall Street Journal, quotidiano della galassia Murdoch, attacca duramente il presidente repubblicano.

L’editoriale del giornale, intitolato To Russia With Love, Signed Donald («Alla Russia, con amore. Firmato Donald»), rappresenta un segnale politico particolarmente significativo. Non è l’opinione di un giornalista liberal, ma la posizione dell’Editorial Board, il comitato editoriale del quotidiano finanziario americano, tradizionalmente vicino alle posizioni economiche e strategiche del Partito repubblicano.

Al centro delle critiche c’è la decisione di Trump di alleggerire le restrizioni sul diesel russo e sospendere l’applicazione di nuove sanzioni contro Mosca, proprio mentre Putin intensifica i bombardamenti sull’Ucraina. Una scelta che, secondo i critici, offre al Cremlino nuove risorse economiche per finanziare la guerra e indebolisce la pressione occidentale per arrivare a una pace negoziata.

Il paradosso è che Trump giustifica queste concessioni con la necessità di abbassare i prezzi dell’energia, saliti anche a causa della guerra che lui stesso ha scatenato contro l’Iran. Un conflitto che sta pesando sull’economia americana e che, a poche settimane dalle elezioni di midterm, complica ulteriormente la situazione dei candidati repubblicani.

Ancora più esplicito è Tom Nichols, professore emerito allo US Naval War College e collaboratore dell’Atlantic. Nel suo articolo del 18 ottobre, America Is Now an Ally of Russia («L’America è ormai alleata della Russia»), Nichols sostiene che Trump abbia abbandonato l’ordine occidentale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Secondo Nichols, la Casa Bianca non sta semplicemente cercando una mediazione tra Mosca e Kyiv, ma sta prendendo posizione a favore dell’aggressore. L’autore richiama anche le parole di Trump, che ha giustificato la propria prudenza verso Putin con il timore che la Russia possa aumentare il sostegno militare all’Iran. In altre parole, il presidente americano sembra considerare necessario non irritare il Cremlino mentre gli Stati Uniti combattono una guerra in Medio Oriente.

Nichols cita anche Andrew C. McCarthy, ex procuratore federale e commentatore conservatore della National Review, che accusa Trump di offrire aiuto a Putin mentre il leader russo cerca di ricostruire la potenza imperiale sovietica. McCarthy ha chiesto immediate audizioni del Congresso su quello che considera un pericoloso avvicinamento tra Washington e Mosca.

La reazione conservatrice è significativa anche perché il Congresso aveva approvato le nuove sanzioni con maggioranze bipartisan. Al Senato il provvedimento era passato con 86 voti favorevoli e 11 contrari. Trump ha utilizzato i poteri di deroga previsti dalla legge per sospenderne l’applicazione.

A offrire una lettura ancora più profonda di questa svolta è Ruth Ben-Ghiat, storica della New York University, tra le più autorevoli studiose americane dei regimi autoritari, del fascismo e dei meccanismi attraverso i quali le democrazie possono trasformarsi in sistemi dominati da uomini forti.

Autrice di Strongmen: Mussolini to the Present, pubblicato nel 2020, Ben-Ghiat ha studiato le somiglianze tra leader come Mussolini, Hitler, Gheddafi, Berlusconi e Trump, analizzando il ruolo della propaganda, della corruzione, della violenza politica e del culto della personalità nella conquista e nel mantenimento del potere.

Nel suo ultimo intervento su Lucid, la newsletter dedicata ai pericoli per la democrazia, la storica arriva a una conclusione drastica: «Il presidente Trump è in carica per risolvere i problemi del presidente Putin».

Per Ben-Ghiat, l’avvicinamento alla Russia non è un incidente diplomatico, ma una componente di un progetto politico che privilegia i rapporti personali tra leader autoritari rispetto alle istituzioni democratiche e alle alleanze tradizionali. La studiosa richiama il vertice di Helsinki del 2018, quando Trump apparve pubblicamente più disposto a credere a Putin che alle proprie agenzie d’intelligence, e sostiene che la politica attuale fosse in larga misura prevedibile già all’inizio del secondo mandato.

L’imbarazzo dei repubblicani, intanto, è sempre più evidente. In un reportage del Wall Street Journal, Michael R. Gordon, Meridith McGraw ed Erin Mulvaney raccontano le difficoltà dei candidati del GOP, costretti a difendere decisioni che molti di loro non condividono. Mike Rogers, candidato al Senato in Michigan, ha criticato l’accordo sul diesel. Anche il senatore del Texas Ted Cruz ha definito un errore la sospensione delle sanzioni. Perfino lo speaker della Camera Mike Johnson ha ammesso la necessità di discuterne con la Casa Bianca.

L’amministrazione respinge l’accusa di favorire Putin. Il segretario di Stato Marco Rubio difende la prudenza sulle sanzioni, mentre il segretario all’Energia Chris Wright sostiene che le concessioni economiche siano un incentivo per convincere Mosca a negoziare, non un aiuto alla sua economia di guerra.

Ma a rendere ancora più inquietante lo scenario è un’altra rivelazione del Wall Street Journal, firmata da Lingling Wei, Alex Leary, Thomas Grove e Josh Dawsey: Putin avrebbe proposto a Trump e al presidente cinese Xi Jinping un vertice a tre per decidere il futuro dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky e degli europei. L’idea, avanzata durante una telefonata del 9 ottobre, potrebbe concretizzarsi a novembre in Cina, a margine del vertice APEC. Il Cremlino ha confermato che se ne sta discutendo, mentre Washington precisa che Trump non ha ancora accettato. Secondo le fonti del quotidiano, Putin immaginerebbe una sorta di nuova Yalta, con le grandi potenze che tornano a spartirsi le rispettive sfere d’influenza. Un’ipotesi che riporta alla diplomazia del 1945, quando il destino di intere nazioni veniva deciso senza consultarle.

Intanto la Russia continua a bombardare le infrastrutture ucraine, mentre Kyiv denuncia difficoltà nell’accesso ai servizi satellitari e alle informazioni necessarie per la propria difesa.

A questo scenario si aggiunge la riflessione di Serge Schmemann, autorevole editorialista del New York Times, già corrispondente da Mosca, Bonn e Gerusalemme. In un lungo articolo pubblicato domenica, intitolato The Old World Order Is Over. This Is What Could Come Next, Schmemann sostiene che Trump stia deliberatamente mettendo in discussione ogni pilastro dell’ordine internazionale del dopoguerra, umiliando gli alleati e corteggiando gli autocrati. E avverte che il mondo è cambiato troppo perché, anche dopo Trump, si possa semplicemente tornare al passato.

Schmemann immagina tre possibili scenari per i prossimi anni: un’America capace di ritrovare la propria vocazione democratica e ricostruire le alleanze, una superpotenza che continua a navigare tra contraddizioni e declino della propria credibilità oppure un mondo sempre più frammentato, senza una leadership americana e con istituzioni internazionali progressivamente svuotate. In quest’ultimo scenario, persino la NATO e le Nazioni Unite rischierebbero di perdere gran parte della loro efficacia. Per Schmemann, tuttavia, il futuro non è già scritto: molto dipenderà dalle scelte degli americani, a cominciare dalle elezioni di novembre.

Con accenti e prospettive differenti, le analisi del Wall Street Journal, dell’Atlantic, di Ruth Ben-Ghiat e del New York Times, sollevano una questione che va ben oltre il destino dell’Ucraina: quale ruolo intendono avere gli Stati Uniti nel mondo?

Quando Washington abbandona il principio che i confini non possono essere modificati con la forza e considera sacrificabili gli alleati europei pur di trovare un’intesa con Putin, non cambia soltanto la politica estera americana, ma si sconvolge l’idea stessa dell’America sulla quale, per ottant’anni, si è retto l’ordine internazionale.

L’Ucraina così resta “cornuta e mazziata”, aggredita prima dalla Russia e ora tradita anche dal suo principale alleato.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).