FRANCO FLORIS A un anno dall’insediamento a Palazzo Tursi, l’esperienza amministrativa della sindaca Silvia Salis si trova al centro di un paradosso politico tanto evidente quanto illuminante. Eletta con un consenso largo e trasversale – che ha unito Azione, Italia Viva, il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, le liste civiche di sinistra e il PRI – Salis ha ereditato una macchina complessa e dossier pesantissimi: dalla gestione delle partecipate cruciali come AMT e AMIU fino ai delicati equilibri metropolitani e regionali, come le vicende legate a IRE e alla Società per Cornigliano.
Eppure, a distanza di dodici mesi, il dibattito pubblico sembra spesso impermeabile ai dati di bilancio, ai piani di sicurezza o alle scelte di pianificazione urbana. Al contrario, si arena sistematicamente su un terreno estraneo al merito amministrativo.
Il cortocircuito del potere: la difesa del passato di fronte al cambiamento
Un nodo centrale di questa contrapposizione risiede in un profondo mutamento della geografia politica e istituzionale ligure. Per anni, il potere cittadino concentrato a Palazzo Tursi ha potuto contare su una sponda automatica e allineata in Regione con l’allora presidenza Toti: un blocco monolitico in cui Comune e Regione agivano come un tutt’uno.
Oggi lo scenario si è capovolto: il ruolo di Presidente della Regione è occupato da Marco Bucci, che di quel Comune è stato a lungo il sindaco. Questo rovesciamento pone una questione gigantesca di controllo del potere e difesa delle scelte passate. L’attuale amministrazione si trova inevitabilmente a gestire e talvolta a smarcarsi da scelte ereditate da chi oggi governa l’ente regionale, generando un cortocircuito politico permanente. Difendere il proprio operato precedente da una poltrona più alta significa spesso mettersi in rotta di collisione — a volte in modo poco istituzionale e “contro a prescindere” — con chi oggi guida Genova, pur trattandosi di temi che imporrebbero una leale e responsabile collaborazione istituzionale.
Quando il civismo disorienta i partiti
La figura della Salis nasce al di fuori delle classiche filiere di partito. Arrivata da un percorso di vertice nello sport internazionale e con un profilo marcatamente civico e manageriale, la sindaca non deve la sua posizione alle dinamiche di tesseramento o alle spartizioni correntizie. È proprio questa autonomia a generare un duplice livello di insofferenza.
Il disagio attraversa persino la sua stessa maggioranza e il panorama politico nazionale. Settori degli apparati – inclusi frange dei partiti che l’hanno sostenuta – faticano ad accettare un amministratrice che risponde prima ai cittadini che agli equilibri di partito. Il timore di una leadership autonoma, capace di parlare direttamente all’opinione pubblica senza passare per i mediatori tradizionali, crea un fuoco amichevole fatto di silenzi strategici, distinguo preventivi e fastidio sotterraneo.
Quando la politica non riesce a scalfire un amministratore sui numeri o sulla concretezza dei provvedimenti, ricorre spesso alla delegittimazione simbolica. È la deriva che vede l’opposizione, e una certa comunicazione di parte, concentrarsi non su come si governano i trasporti o i rifiuti, ma su questioni del tutto marginali: l’abbigliamento, il modo di porsi, persino le scarpe indossate.
Ridurre una donna di istituzione e di successo a oggetto di scrutinio estetico non è una distrazione casuale, ma una strategia ben precisa. È il tentativo di depotenziarne l’autorevolezza, riconducendola a cliché stereotipati per neutralizzare un volto nuovo, pulito e percepito come imprevedibile.
A un solo anno dall’avvio del mandato, i giudizi definitivi sono prematuri. I nodi finanziari e operativi di Genova sono grandi e richiedono tempo. Tuttavia, la violenza verbale, la difesa a oltranza delle vecchie rendite di posizione e la povertà di argomenti che caratterizzano gran parte delle critiche rivolte alla sindaca raccontano molto di più di chi le muove che di chi le subisce.
Mettere al centro la competenza, la trasparenza e un metodo estraneo alle liturgie dei vecchi palazzi evidentemente scuote le certezze di chi vorrebbe mantenere il controllo intatto. E forse, proprio per questo, il percorso di Silvia Salis a Genova è diventato molto più di un’esperienza amministrativa locale: è il termometro di quanto la politica ligure e nazionale sia pronta — o spaventata — di fronte al cambiamento reale.


