Rossella, uccisa dall’algoritmo a 12 anni: la battaglia dei genitori contro Meta e TikTok

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La storia di Rossella è quella di una “malattia fulminante”, durata appena sei mesi. Una ragazzina solare, ricordata da tutti per una risata “cristallina e vera”, che però nel segreto della sua cameretta aveva imparato a odiare. Pochi giorni prima del tragico gesto, si era iscritta al cosiddetto “Gioco delle Insicurezze”, una pratica social dove gli adolescenti cerchiano i propri difetti. Rossella aveva cerchiato il suo sorriso.

La “gabbia emotiva” dei social

Il racconto della madre a La Stampa svela un meccanismo perverso: Rossella soffriva di una tristezza di fondo che la spingeva a cercare contenuti malinconici. A quel punto, l’algoritmo ha fatto il resto:

  • Alimentazione del disagio: Interpretando i suoi interessi, i social hanno iniziato a proporle ossessivamente reel e post su autolesionismo, immagini gotiche e depressione.
  • Aggiramento dei filtri: La dodicenne effettuava ricerche sul suicidio utilizzando parole modificate o simboli per eludere i controlli di sicurezza delle piattaforme.
  • Effetto “droga”: Irene Roggero descrive la figlia come “fatta” di social: “Quando era senza, si comportava come un tossico in crisi di astinenza”.

La causa: “Sospendere gli account dei minori”

La richiesta presentata al tribunale di Milano è drastica ma, secondo le famiglie coinvolte, necessaria: sospendere tutti gli account dei minorenni finché non verranno implementati sistemi reali e sicuri di verifica dell’età.

I genitori denunciano l’impotenza di fronte a giganti tecnologici che sembrano ignorare le fragilità dell’infanzia. “I genitori non dovrebbero essere carcerieri, ma educatori”, spiega la Roggero, sottolineando però come anche chi conosce bene la tecnologia si ritrovi oggi “senza armi” di fronte alla potenza manipolatoria degli algoritmi.


Un isolamento forzato

Il punto centrale della questione sollevata dalla famiglia Ugues è sociale:

“Se togli i dispositivi condanni tuo figlio a essere isolato, se non lo fai non riesci a proteggerlo dai pericoli che nascondono”.

Oggi, con smartphone in mano già alle elementari, il confine tra socialità e pericolo è diventato invisibile. La battaglia legale mira a imporre un limite di età invalicabile, un confine che protegga i bambini da un mondo senza controllo che sfrutta le loro insicurezze per generare engagement.

La storia di Rossella non è solo un fatto di cronaca nera, ma un monito per una società che ha delegato l’educazione emotiva dei più giovani a stringhe di codice progettate per non lasciarti mai andare, anche a costo della vita.