Nuove pesanti testimonianze nell’inchiesta sull’agente arrestato per omicidio. Tre pusher e un detenuto svelano il piano: eliminare la concorrenza per prendersi la piazza. Spuntano video di pestaggi.
MILANO – Non era solo corruzione. Era una guerra di potere. La Procura di Milano sta ricostruendo pezzo dopo pezzo il mosaico di illegalità nato all’ombra della stazione di Rogoredo, dove Carmelo Cinturrino, l’agente siciliano già in carcere per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, avrebbe tentato di trasformarsi in un signore della droga. L’ipotesi investigativa è da brividi: una guerra tra bande in cui il poliziotto recitava il ruolo di leader di una delle fazioni.
I testimoni chiave: pusher e video-verità
Nelle ultime ore, le indagini hanno subito un’accelerazione decisiva. Gli inquirenti hanno ascoltato tre spacciatori attivi nell’area e un detenuto, le cui dichiarazioni gettano una luce sinistra sull’operato di Cinturrino.
Secondo i testimoni, l’agente non cercava solo mazzette per coprire l’attività illecita, ma puntava a estromettere i clan rivali per gestire in esclusiva il flusso di eroina e cocaina nel bosco dello spaccio.
“Cinturrino voleva tutta la piazza per sé”, avrebbero confermato i pusher, descrivendo un uomo pronto a tutto pur di ripulire l’area dai concorrenti scomodi.
I video dei pestaggi
L’elemento più inquietante emerso dagli interrogatori riguarda l’esistenza di alcuni filmati. Il detenuto ascoltato dai magistrati avrebbe infatti riferito di essere in possesso (o di essere a conoscenza) di video che ritraggono pestaggi brutalieffettuati dal poliziotto ai danni di spacciatori che si rifiutavano di piegarsi al suo volere. Metodi da criminale incallito utilizzati sfruttando la divisa come scudo e strumento di intimidazione.
La dinamica dell’omicidio
Resta fermo il punto di partenza dell’inchiesta: il 26 gennaio scorso, Cinturrino ha ucciso con un colpo di pistola alla testa Abderrahim Mansouri. Se inizialmente si era ipotizzata una lite degenerata, ora quell’esecuzione appare come un tassello di una strategia più ampia: un atto di forza per ribadire chi comandasse a Rogoredo.
Una guerra tra bande
Gli inquirenti stanno ora scavando per capire se Cinturrino agisse da “cane sciolto” o se avesse creato una vera e propria organizzazione paramilitare composta da altri complici, forse anche tra i ranghi delle forze dell’ordine o tra la criminalità locale. L’obiettivo era chiaro: trasformare Rogoredo in un feudo personale, eliminando chiunque si opponesse alla sua ascesa.
