Incensurato, si definiva “anarchico”. Tradito dai vestiti rossi sotto le telecamere, ora risponde di lesioni, violenza e rapina aggravata. La famiglia: «È un bravo ragazzo, siamo increduli».
TORINO – Il contrasto non potrebbe essere più stridente. Da un lato il piccolo borgo di Montelaterone, frazione di Arcidosso (Grosseto), dove Angelo è cresciuto come un “ragazzo tranquillo”; dall’altro il caos di corso Regina Margherita a Torino, dove la sera del 31 gennaio un manipolo di manifestanti ha accerchiato e aggredito un poliziotto rimasto isolato, colpendolo con calci, pugni e martellate.
La dinamica: quel dettaglio rosso tra i “black bloc”
Secondo la ricostruzione degli inquirenti che ha portato all’arresto in flagranza differita, Simionato non sarebbe stato l’uomo con il martello in mano, ma avrebbe fatto parte del gruppo che si è accanito sull’agente Alessandro Calista.
- L’errore fatale: Mentre la maggior parte degli assalitori indossava il classico “uniforme” nera con passamontagna per rendersi irriconoscibile, il 22enne era vestito di rosso.
- Le telecamere: Questo dettaglio cromatico lo ha reso un bersaglio facile per le telecamere di videosorveglianza, che hanno permesso alla Digos di isolare il suo volto e rintracciarlo in breve tempo.
Le pesanti accuse: non solo lesioni
La posizione di Simionato, attualmente detenuto nel carcere “Lorusso e Cutugno”, è estremamente delicata. Oltre al concorso in lesioni personali aggravate, la Procura di Torino gli contesta:
- Concorso in rapina: per aver partecipato allo spossessamento forzato dell’agente di scudo, casco e maschera antigas.
- Violenza a pubblico ufficiale: per l’opposizione violenta esercitata durante i tumulti della manifestazione pro Askatasuna.
Lo strazio della famiglia: «Mai fatto male a nessuno»
A Montelaterone, sul monte Amiata, nessuno riesce a conciliare l’immagine del ragazzo che tornava a casa per le vacanze con quella del manifestante arrestato a Torino. I genitori, precipitati nel capoluogo piemontese subito dopo la notizia, hanno espresso tutto il loro dolore:
«Siamo brave persone, ci spiace molto per quello che è successo. Anche nostro figlio è un bravo ragazzo, non ha mai fatto male a nessuno», hanno dichiarato ai cancelli del carcere.
Un profilo da “anarchico della domenica” o un militante convinto? Saranno le indagini e il processo a stabilire il grado di coinvolgimento di Simionato in una delle pagine più violente vissute dalla città di Torino negli ultimi anni. Nel frattempo, resta il dramma di una famiglia travolta da una realtà che non riconosce.
