La tensione tra Washington e la Repubblica Islamica raggiunge livelli di guardia in questo inizio di 2026. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è intervenuto con un durissimo monito diretto ai leader iraniani, in seguito alla violenta repressione delle proteste che stanno scuotendo diverse città del Paese.
Il messaggio della Casa Bianca è inequivocabile: gli Stati Uniti non resteranno a guardare se il regime di Teheran ricorrerà all’uso della forza letale contro i civili.
La miccia delle proteste: il carovita
Le manifestazioni, scoppiate negli ultimi giorni del 2025, sono nate come una protesta spontanea contro l’inflazione galoppante e l’insostenibile costo della vita. Quello che era iniziato come un malcontento economico si è però rapidamente trasformato in una contestazione politica più ampia.
Il bilancio attuale è tragico: si contano almeno sei vittime tra i manifestanti, uccisi durante gli scontri con le forze di sicurezza e le milizie Basij nelle città di Mashhad e Isfahan. Le immagini dei video amatoriali che circolano sui social media mostrano cariche della polizia e l’uso di gas lacrimogeni contro folle di giovani e lavoratori.
Il monito di Donald Trump
Attraverso una nota ufficiale e i propri canali di comunicazione, il Presidente Trump ha espresso il pieno sostegno del popolo americano ai cittadini iraniani, lanciando un avvertimento diretto alla Guida Suprema:
“Il mondo sta guardando. Il regime iraniano deve rispettare i diritti del suo popolo, incluso il diritto di esprimersi. Se continueranno a uccidere manifestanti pacifici che chiedono solo una vita migliore, gli Stati Uniti sono pronti a intervenire con misure senza precedenti.”
Sebbene la Casa Bianca non abbia specificato la natura dell’intervento, fonti del Pentagono suggeriscono che sul tavolo ci siano non solo nuove sanzioni economiche devastanti, ma anche il potenziamento del supporto tecnologico per permettere agli iraniani di bypassare i blocchi di internet imposti dal regime.
La risposta di Teheran
La replica del governo iraniano non si è fatta attendere. Il portavoce del Ministero degli Esteri ha accusato Washington di “ingerenza flagrante” negli affari interni del Paese, definendo le proteste come il risultato di un complotto ordito da “nemici stranieri e agenti infiltrati”.
Nel frattempo, la situazione sul campo resta estremamente volatile. Le autorità hanno schierato unità d’élite in diversi punti nevralgici della capitale e hanno limitato l’accesso ai principali social network per impedire il coordinamento delle piazze.
