A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la scienza torna a interrogare i reperti che potrebbero riaprire, almeno sul piano investigativo, nuovi scenari. Al centro dell’attenzione ci sono i monili indossati dalla vittima il giorno del delitto — una catenina, quattro braccialetti, un orologio, orecchini di perle e una cavigliera — restituiti tempo fa alla famiglia e conservati con cura dai genitori.
Nonostante il valore affettivo e simbolico, questi oggetti portano con sé un limite procedurale: la catena di custodia è stata interrotta. A confermarlo è il consulente della famiglia, Dario Redaelli, il quale ha ammesso che il passaggio dei monili dalle mani degli inquirenti a quelle dei familiari ne ha compromesso l’integrità formale per fini processuali classici.
Il tesoro nascosto nei laboratori: gli “eluiti” conservati
Tuttavia, la speranza di estrarre nuove informazioni non risiede negli oggetti fisici ormai “contaminati”, ma in ciò che è rimasto nei laboratori. Il genetista Matteo Fabbri ha riacceso i riflettori su un dettaglio tecnico fondamentale:
“Qualora vi fossero ancora conservati gli eluiti di DNA che, come ho rilevato nella relazione del Ris di Parma, parrebbero essere ancora conservati e non utilizzati, essi sarebbero a oggi impiegabili”.
In termini semplici, si tratta di campioni di materiale genetico già estratto e “lavato” (eluito) durante le prime indagini, ma mai analizzato completamente o esaurito. Questi campioni, se correttamente conservati dal RIS, rappresentano una “fotografia genetica” pura, non influenzata dalla successiva manipolazione dei gioielli da parte della famiglia.
Nuove speranze per l’impronta 33
Il genetista Fabbri ha inoltre puntato l’attenzione su un altro reperto chiave: la cosiddetta “impronta 33”. Si tratterebbe di una traccia che finora non aveva fornito risposte certe a causa della scarsa quantità di materiale o della sua degradazione.“Abbiamo ancora un volume diluito disponibile” – ha spiegato Fabbri – “che oggi, con le nuove tecnologie di purificazione del campione, potrebbe ipoteticamente darci qualche risultato”.
Il progresso tecnologico degli ultimi anni permette infatti di analizzare quantità di DNA infinitesimali che un tempo erano considerate “silenti”. Se la magistratura dovesse autorizzare nuovi esami, queste tracce residue potrebbero essere sottoposte a sequenziamento di nuova generazione (NGS), cercando corrispondenze che in passato era impossibile rilevare.
